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ANDREA MANTEGNA, IL TRITTICO DI SAN ZENO, Verona, San Zeno, 1456

Analisi di una delle prime pala d'altare aggiornate sulle novità prospettiche rinascimentali

Il grande capolavoro della prima attività di Andrea Mantegna è il trittico di San Zeno, per l’altare maggiore dell’omonima chiesa a Verona.

Nel pannello centrale la Vergine è raffigurata in trono tra nove angeli, attorniata, nei pannelli laterali, da alcuni santi impegnati in una sacra conversazione: a sinistra vediamo Pietro e Paolo, Giovanni Evangelista e Zeno, mentre a destra compaiono Benedetto, Lorenzo, Gregorio e Giovanni Battista. Nella predella, oggi smembrata e conservata presso alcuni musei francesi, compaiono episodi della Passione di Cristo. Il complesso fu commissionato dal protonotario Gregorio Correr, abate di S. Zeno, nel 1456 e il compimento dell’opera risale ai primi mesi del 1460.

Nello spettacolare illusionismo dell’opera è ravvisabile un discorso formale che Mantegna aveva inaugurato negli affreschi con le Storie di San Cristoforo, eseguiti a Padova attorno al 1452. nella presente pala, i personaggi sono contenuti all’interno di un’aula quadrangolare, sorretta da pilastri e impreziosita da fregi e tondi all’antica. All’artista spetta anche la cornice che completa la scena a livello spaziale: le colonne e l’architrave della cornice costituiscono peraltro anche le membrature frontali dell’aula dipinta. All’interno dell’aula Mantegna ricrea una grandiosa architettura all’antica dipinta che dà luogo a un ambiente quadrato, aperto sui quattro lati, definito da pilastri monumentali che sostengono un finto architrave marmoreo, ove corre un fregio integrato da coppie di putti reggighirlanda. La Vergine in trono allude all’età cristiana che si insedia in una realtà classica, e quindi pagana. E’ intento del pittore sottolineare la continuità tra paganesimo e cristianesimo, in un’ottica sincretista, tipica dell’età umanistica.

Non sfugge il legame tra la pala e l’altare del Santo che Donatello aveva di recente realizzato a Padova, nella basilica del Santo. L’inconsueta iconografia della Vergine, che pare offrire il Figlio, è qui ripetuta da Mantegna. Il concetto è popi ulteriormente ribadito nella collocazione del trono sopra un sarcofago a indicare la coincidenza tra il sepolcro e l’altare, luogo del sacrificio.

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