
Enzo Brunori nasce a Perugia nel 1924.
Presso l’Istituto di Belle Arti conosce Gerardo Dottori, la cui frequentazione risulterà fondamentale all’artista per l’acquisizione di una propria coscienza pittorica. Anche il ministro Bottai, durante una visita in città, apprezza la qualità del suo lavoro offrendogli di proseguire gli studi a Roma; invito che Brunori per il momento declina.
Nell’ autunno del 1945 effettua un primo, fugace viaggio a Roma. Visita la Galleria La Cometa e qui avverte, irresistibile, l’ascendente del tonalismo della Scuola Romana. Nel frattempo,Vittoria Lippi – sua futura compagna di vita - inaugura la Galleria Nuova della Unione delle Arti di via Mazzini a Perugia con una mostra dedicata a Mario Mafai. Nel corso dello stesso anno Brunori vi tiene la sua prima personale, inserendosi nel dibattito artistico cittadino. E’ il periodo in cui, ai corsi estivi dell’Università per Stranieri di Perugia, si avvicendano docenti come Ungaretti, Zevi, Argan e, soprattutto, Lionello Venturi, al suo rientro dal confino francese, con il quale avvia un proficuo e duraturo sodalizio.
Dopo aver conseguito il diploma all’Istituto d’Arte e aver frequentato l’Accademia delle Belle Arti, l’artista si trasferisce finalmente a Roma, forse attirato dallo stesso Venturi o dagli amici di sempre Rossi e Leoncillo. Gli anni del dopoguerra sono duri, contrassegnati da stenti e difficoltà, e il mondo dell’arte, Brunori lo sta verificando, fatica a trovare un proprio mercato. A sostenerlo e incoraggiarlo, come accadrà anche in futuro, è proprio Lionello Venturi. Nelle opere coeve, se da un lato, si fa strada il tentativo di verificare e appropriarsi delle dinamiche sottese alla tensione strutturale ammirata in Cèzanne, così come di esplorare le leggi dello spazio post-cubista, dall’altro, Brunori intraprende la via strutturale propria alla lezione del neoplasticismo. Ugualmente importante è per l’artista l’influenza dell’amico Enzo Rossi, il quale, anch’egli reduce da prove di matrice postcubista derivate dalla lezione picassiana, aveva avviato una sperimentazione in ambito astratto fondata su “un senso di tensione lineare e cromatica” (Crispolti, 1956).
Nella capitale, seguito dall’inseparabile Vittoria, frequenta, trovandovi gli amici Mazzacurati, Guttuso, Sanfilippo, Accardi, Mirko, un altro futurista, Prampolini, gli ambienti della Scuola Romana (Villa Massimo, Via Margutta, Piazza del Popolo, la trattoria Manghi di Via Flaminia, la Libreria Age Dor di Dorazio e Perilli in Via del Babuino), occasioni preziosissime di incontri e scambi di idee. “Lo studio del vero esclude qualsiasi forma di imitazione” è la frase programmatica che segna la partecipazione di Brunori alla esposizione organizzata da Prampolini all’Art Club al Pincio. E’ presente con “Fiori secchi” (1947), “Albero” (1949-50), “Ritratto” (1948-51) e “Sedia Cappotto Cappello” (1950), ciascuna proposta in varie soluzioni che il pittore denomina “stadi”. Quest’ultima tela è quella che maggiormente catalizza l’interesse della critica rivelando lo studio attento da parte dell’autore del Neoplasticismo. Parimenti, l’opera riflette altresì l’attenta meditazione condotta in quegli anni da Brunori sulle conquiste analitiche di matrice cubista. In “Fiori secchi” si fa, tuttavia, strada una apertura in favore di una componente più naturalistica e precorritrice di esiti posteriori, raggiunta però spingendo “la scomposizione cubista all’astrazione, frantumando le forme chiuse in tocchi e linee di colore e attingendo di un colpo di quella ritmicità che è la componente fondamentale dell’opera di Brunori” (C.Vivaldi, E. Brunori, Roma, 1972).
Nel 1952 Brunori espone alla collettiva “Arte astratta” allestita alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e organizzata dall’Art Club di Prampolini, mentre a Milano imperversa il Movimento di Arte Concreta e a Parigi si registra l’atto di nascita dell’Informale, sancito L’anno seguente, ancora alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna, viene allestita su iniziativa dell’Art Club la “Mostra d’arte astratta”, seguita dall’esposizione “Arte astratta italiana e francese”, dietro impulso del solito Prampolini. Brunori è tra i pittori invitati a partecipare con il quadro “Pittura” (1952), assieme a Vasarely, Herbine, Arp, Polyakoff, Soldati, Magnelli, Colla, Vedova,Crippa, Burri, Reggiani, Mannucci, Accardi, Dorazio e Turcato. A questa data risale la prima serie delle “Mimose”, ispirata alle mimose del giardino di Villa Massimo, e quella degli “Alberi”, tema in cui appare evidente la ricerca di espressività tonale intesa in un’accezione costruttiva perseguita dall’artista umbro, benché le unità di colore vi risultino ancora assoggettate al tracciato formale di profili e contorni.
1955 In gennaio lo si trova nella rosa di artisti chiamati ad esporre alla mostra “Giovani Pittori” presso la Galleria Schneider a Roma: oltre a Brunori, sono presenti Dorazio, Nativi, Perilli, Romiti, Sanfilippo. L’evento espositivo non manca di fomentare un vero e proprio dibattito che richiede l’intervento chiarificatore dello stesso Ponente, il quale sulle pagine di “Letteratura” smentisce l’avvenuta costituzione di un nuovo ‘gruppo’, pur confermando l’appartenenza alla tendenza non figurativa del percorso intrapreso dagli artisti in questione. La serie delle “Mimose” segna il completo affrancamento dei valori cromatici da ogni superfetazione di ordine lineare: il colore, nella sua valenza di timbro oppure di tono, si è conquistato, in definitiva, legittimità di proposizione espressiva autonoma, capace di rievocare in tutta la sua capacità suggestiva l’essenza del dato naturale, così come esperito e rivissuto attraverso i sensi e la memoria.
All’altezza del 1956 si apre un periodo cruciale per l’artista, ricco di avvenimenti che lo confermeranno a buon diritto quale presenza di primo piano nel proscenio del panorama artistico italiano ed internazionale. Ennesima mostra personale presso la Galleria La Medusa a Roma. Il catalogo è a cura di Maurizio Calvesi, che sottolinea la natura emozionale della ricerca brunoriana. Nella ricerca dell’artista è, difatti, ora avvenuto uno slittamento dalla dimensione dello stato d’animo e dell’impressione a quella dell’emozione.
E’ invitato alla XXVIII Biennale di Venezia, ove presenta “Dopo la pioggia” (1955), “Giardino interno” e “L’albero verde” (1956) accanto alle opere di Burri, Dorazio, Dova. Il padiglione americano ospita i grandi nomi dell’Espressionismo astratto e dell’action painting: De Kooning, Pollock, Tobey, Kline. Di nuovo due personali lo vedono protagonista presso la Galleria del Milione a Milano e a Bologna, al Circolo della Cultura. Curatore di quest’ultima è a cura di Renato Birolli, all’epoca alle prese con le tele ispirate alle Cinque Terre, il cui testo introduttivo contiene una acuta riflessione sull’evoluzione della pittura contemporanea, nonché sul dibattito sorto intorno ai termini ‘tradizione’ e ‘figurativo’, individuando in Brunori un’artista che ha saputo coraggiosamente superare tale dicotomia. Se, negli anni precedenti, Brunori aveva reperito nell’albero l’elemento organico precipuo nel quale l’uomo può ritrovare le ragioni e le radici dell’essere, nei mesi immediatamente successivi è il mare ad affacciarsi tra i temi che il pittore esplora con grande trasporto emotivo, come attestano, tra gli altri, “Onde sugli scogli”, “Sole sul mare” e ”Mare blu”. Anche lo stile subisce una svolta, accendendosi di nuovi spunti evocativi: il colore assume cadenze più marcatamente sensoriali, pulsa, vibra di emozione; è corporeo, nonostante l’accentuato carattere informale.Tra gli artisti della generazione precedente Brunori ravvisa un fondamentale punto di riferimento nella produzione coeva di Renato Birolli. Con “Il Grande specchio”, paradigma della coscienza umana primordiale posta di fronte al caos archetipo della materia dipinto nel 1959, l’artista rivela una crescente preoccupazione per le qualità materiche e le cadenze quasi segniche dell’impasto pittorico che preludono ad una fase più dichiaratamente “informale” dell’artista, destinata a protrarsi per tutti i primi anni Sessanta. Con l’inizio della nuova decade scende una coltre di silenzio su Brunori, che pare quasi dileguarsi. D’ora in avanti il lungo cammino dell’artista prosegue nella solitudine, nella scelta di mantenersi distante dai successi e dai grandi appuntamenti espositivi a livello nazionale ed internazionale. Scompare, stroncato da un male incurabile nel 1993.

Raffaella Picello









]marla[
30 Mar 2010 - 23:51 - #1Complimenti, bell’articolo.
Stimo molto Brunori, mi piace tanto.