
La civiltà artistica del Rinascimento ferrarese si è distinta per la sensazionale fioritura di composite espressioni e produzioni artistiche.
A cominciare da Niccolò III d’Este (1391-1441), responsabile della istituzione di una importante biblioteca in grado di competere con quelle dei più illuminati Signori dell’ Italia centro-settentrionale, prende il via una serie di lungimiranti iniziative volte a guadagnare alla città estense la fama di capitale del Rinascimento padano.
Durante il suo pur breve regno, Leonello (1441-1450) imprime alla corte un orientamento basato sugli ideali di recupero della classicità e raffinato collezionismo impartitigli dall’umanista Guarino Guarini. Tali inclinazioni sono più che manifeste sin dalla convocazione a corte di artisti di grande fama come Pisanello, Jacopo Bellini, Piero della Francesca, Andrea Mantegna, Rogier van der Weyden, tutte presenze che si riveleranno assai stimolanti in un terreno già positivamente fecondato dai trattati di Leon Battista Alberti e da numerosi insigni poeti, umanisti, musicisti. Su tali presupposti prende corpo una scuola pittorica locale dotata di un’identità ben definita conferitale da Cosmé Tura (1430-1495 ca.), seguito da Francesco del Cossa (1436 ca.- 1478) e da Ercole de’ Roberti (1451 ca.- 1496). Sotto la sua egida, nacque, inoltre, un cenacolo letterario a cui presero parte i più insigni intellettuali e poeti del tempo, da Tito Vespasiano Strozzi e Francesco Ariosti ad Angelo Decembrio, il quale ne pubblicò le erudite dissertazioni nella sua “Politia Literaria”. Poeta egli stesso e convinto fautore dell’uso del volgare nell’espressione poetica, Leonello diede altresì nuova linfa all’insegnamento nello Studio di Ferrara, convocando i più accreditati letterati, filosofi e filologi europei, quali Manuel Chrisolora e Teodoro Gaza. Accanto alla committenza di corte, inoltre, assumono via via grande valore le opere prodotte per la nobiltà e per il clero dai numerosi artisti e dalle botteghe ferraresi : non soltanto dipinti e cicli pittorici destinati a decorare palazzi pubblici, ma altresì miniature, arazzi, ricami, ceramiche e medaglie. Pertanto, le arti, a torto, considerate “minori” assurgono a un ruolo di primo piano nel variegato panorama artistico della Ferrara del secondo Quattrocento.
A Leonello succede il fratello Borso (1451-1471), la cui cultura certo non è equiparabile a quella posseduta dal suo predecessore, ma la cui politica culturale, ciònonostante, è costellata da un brillante patrocinio delle arti, delle scienze e, in prima istanza, del lusso. Dopo aver militato negli eserciti di Milano e Venezia e aver dimostrato assai precocemente di saper fronteggiare la complessa diplomazia delle corti italiane, Borso inaugura un indirizzo radicalmente diverso a corte, rispetto alla strada seguita da Leonello. Anche le arti cosidette “minori” ( la miniatura, la decorazione, l’arazzeria, il ricamo) rivestono per l’estense un ruolo di primissimo piano, dal momento che esse generavano oggetti preziosi che egli poteva agevolmente maneggiare e ostentare a testimonianza della propria potenza. I grandi avvenimenti che caratterizzano il principato di Borso, quali l’investitura a duca di Modena e Reggio nel 1452 e a duca di Ferrara nel 1471, conferitegli rispettivamente dall’imperatore e dal pontefice, costituiscono il pretesto per fare dell’arte un formidabile e prestigioso strumento di potere. Sono questi gli anni che vedono la fondazione della Certosa, la realizzazione dello straordinario ciclo di affreschi di Schifanoia e della serie delle Muse, dipinte da Cosmé Tura e Angelo Maccagnino per lo Studiolo della delizia di Belfiore. Una produzione tanto varia e abbondante non può non sortire immediate ripercussioni sull’arte dei maestri miniatori che operano, in questi anni, seguendo due direttive stilistiche: una tipicamente ferrarese e un’altra testimoniata da artisti “esterni”. La prima vede all’opera sia artisti legati alla scuola ferrarese più antica - attenta alla lezione lasciata da Bellini, Mantegna, Piero della Francesca e altri maestri, e che vanta i nomi di Marco dell’Avogadro, Guglielmo Giraldi e Martino da Modena - sia artisti che guardano alla tradizione più schiettamente locale a Cosmé Tura, che, capeggiati da Filippo Jacopo Argenta, daranno alla luce i Corali per il Duomo di Ferrara. La seconda debutta, invece, con un grande capolavoro: la celebre Bibbia di Borso d’Este, alla quale lavorano, come miniatori principali, Taddeo Crivelli e Francesco de’Russi da Mantova.
Con l’avvento di Ercole I (1471-1505), istruito alla corte del re di Napoli, la committenza estense assume toni ancor più grandiosi, nonostante l’incombere di una profonda crisi economica sul ducato. Sul piano politico, nonostante il sostegno accordatogli dalla Serenissima al momento della sua ascesa al potere, Ercole I aveva, infatti, optato per la tradizionale politica avversa alla città lagunare, contendendole il predominio sul basso Polesine. In tale contesto si collocano le nozze del duca con Eleonora d’ Aragona, figlia del re di Napoli, celebrate nel 1472. Ma negli anni 1482-84, tale rivalità culminerà nella guerra sostenuta contro gli eserciti veneziani, che costituì uno dei momenti più difficili della Signoria di Ercole I. E’ questa l’epoca in cui, trasferitosi definitivamente a Bologna Francesco del Cossa, Ercole de’ Roberti subentra al Tura nel 1487 nell’incarico di “pittore di corte”, godendo più che mai dei favori della insaziabile committenza ducale. A queste date il pittore produce opere di grande pregio, mentre lavorano contemporaneamente nella città estense artisti dalla personalità oltremodo definita quali Lorenzo Costa, Ludovico Mazzolino, Boccaccio Boccaccino. I maestri della scuola locale di miniatura, lasciata la città dopo la morte di Borso (1471), cedono ora il primato ad altri artisti, tra cui il figlio di Giorgio d’Alemagna, Martino da Modena e ai maestri degli stupendi Corali del Duomo.
Lo stile “ferrarese” della miniatura va, nel frattempo, mutando in seguito all’affermarsi della scuola pittorica di cui è rappresentante indiscusso Ercole de’ Roberti, così pure per l’influenza della miniatura lombarda, introdotta a Ferrara con l’arrivo nel 1491 di Anna Sforza, prima moglie di Alfonso I (1505-1534), e con le nozze coeve di Beatrice d’Este, sorella del duca, con Ludovico il Moro, a consolidare un rapporto ormai di lunga data tra le corti di Milano e Ferrara. Il nuovo duca, che nel 1501 sposa la bellissima Lucrezia Borgia, non si dimostra certo meno incline rispetto ai suoi predecessori nel proteggere le arti e il teatro . Per la decorazione dei favolosi appartamenti, ed in special modo dei tanto vagheggiati “Camerini d’alabastro”, situati nell’ala che congiunge il Palazzo ducale al Castello , Alfonso non esita ad arruolare gli artisti più acclamati del tempo. Oltre a Dosso Dossi, Giovanni Bellini e il grande Tiziano daranno vita alla stupefacente sequenza di dipinti ,oggi celebri in tutto il mondo e dispersi in alcuni musei stranieri tra cui la National Gallery di Londra e il Prado di Madrid. Frutto di talenti plausibilmente appartenuti alla medesima bottega, sono, in questo periodo, tre codici dall’esecuzione estremamente raffinata : il Breviario di Ercole I (in parte conservato a Zagabria), il Messale del cardinale Ippolito (ora a Innsbruck) e l’Officio di Alfonso I (anch’esso a Zagabria), che segna l’ultimo, altissimo capolavoro dell’età dell’oro della miniatura estense.

Raffaella Picello








