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Angiolo Mazzoni . L’architetto delle Poste e dei Telegrafi

Uno dei protagonisti delle vicende architettoniche italiane la cui attività si dispiega nell'epoca del ventennio fascista con una puntata anche nella città estense.

Angiolo Mazzoni nasce a Bologna da genitori senesi il 21 maggio 1894. Da un inizio di clima “secessionista”, che ha praticato alla fine degli anni Dieci, come - anche se qualche tempo dopo - Sant’Elia, Chiattone e poi Marchi (progettando ville, palazzine, palazzi), guardando a Olbricht e a Hofmann, ma così pure a G.B.Milani e a Giovannoni, Mazzoni si è orientato, alla fine dei Venti, verso un dialogo con forme tradizionali di evidente corrispondenza “novecentista”, monumentale e imponente, tuttavia distinta dai modelli piacentiniani (quali il Dopolavoro ferroviario di Roma, 1925; il Palazzo postale di Nuoro, 1928; la Stazione di Bolzano, 1927-28).

Si era laureato, infatti, in ingegneria nel 1919 alla Scuola di applicazione per ingegneri di Roma, dove rimane ancora un paio d’anni come assistente - oltre a collaborare nello studio di Piacentini nel 1920 - e aveva, quindi, conseguito il diploma in architettura a Bologna nel 1923. Nel ‘21 venne assunto dalle F.S., ricevendo, dal 1922, la nomina di Ispettore stabile della Divisione lavori delle FS. Nel ‘24, anno in cui vennero unificate Poste e Telegrafi e Ferrovie, fu trasferito a Roma presso la Direzione Generale: tra il 1925 e il ‘26, con la Stazione del Brennero, ebbe inizio la sua fitta attività di progettazione di edifici ferroviari e postali sparsi lungo tutto il territorio italiano, destinata a protrarsi fino al 1945, nell’ambito dell’amministrazione unificata delle Poste e Telegrafi e delle Ferrovie Statali. Alla fine degli anni ‘20, realizza l’edificio squadra rialzo presso la Stazione ferroviaria di Firenze, una delle sue opere pi interessanti, con ogni evidenza influenzata dall’esperienza dei costruttivisti sovietici.Tra i progetti realizzati in veste di progettista-dipendente pubblico, si ricordano, per importanza, gli edifici postali di Trento (1934), di Agrigento (1932), di Pola (1935); le stazioni ferroviarie di Trento, 1936 (con vetrate di Depero e Tato), di Siena 1936, di Reggio Calabria, di Montecatini Terme - Monsummano 1937, di Messina 1939.

Il carattere innovativo del lavoro di Angiolo Mazzoni, quale si delinea fin dall’inizio degli anni Trenta, non esclude un filone novecentista (che ricorre infatti, riconoscibile per l’intera prima metà di quegli anni, nel Palazzo postale di Varese, 1930-33, nel Palazzo delle Poste e Telegrafi di Grosseto, 1930-32, nella già citata Direzione Generale delle Poste e Telegrafi di Trento, 1929-34, nel Palazzo delle Poste di Palermo, 1930-34, e nella Stazione ferroviaria di Reggio Emilia, 1933-35). Non lo esclude, ma di certo ne attenua prospetticamente la portata, puntando sul privilegio rappresentato dagli esiti di una progettualità più libera, a livello di maggiore e più ardita complessità immaginativa progettuale. Se, tuttavia, il Mazzoni più memorabilmente innovativo, più “moderno”, non è certo quello del linguaggio volumetrico e monumentale “novecentesco”, lo si individua proprio anche in esiti architettonici collocabili all’interno di una tale polarità, tanto che risulta possibile rintracciarvi sia il ricorso a soluzioni strutturali interne di chiaro indirizzo innovativo, capace di rielaborare originalmente una mentalità “razionalista”, sia altresì l’esercizio di un uso inventivo e persino prezioso, oltre che nuovo, dei materiali.

Il filone più originale e memorabile dell’attività progettuale e realizzativa di Mazzoni si snoda lungo gli anni Trenta sul fondamento di una cultura plastica che dal “Novecento” recupera accenti di tradizione “metafisica” (come avviene nel caso del Calabrone), innestandovi una nuova chiarezza strutturale di istanza “razionalista” e un dinamismo di tagli orizzontali o di movenze avvolgenti derivate dal dialogo con istanze futuriste.
Ed è il filone che muove appunto da Il Calabrone del 1931-33 (ma progettato nel 1925-26), al Palazzo delle Poste di Agrigento, 1932-34, alla Centrale Termica e Cabina degli apparati centrali della stazione di S.Maria Novella, a Firenze, 1932-34, alla Ricevitoria Postelegrafonica di Latina, 1932, dal Palazzo delle Poste e Telegrafi di Pola, 1932-33-1935, alla Ricevitoria Postelegrafonica di Sabaudia, 1933-34, a quella di Ostia Lido, inaugurata nel 1934, alla Stazione ferroviaria dia Siena, 1931-35, a quella di Trento, 1934-36, di Montecatini-Terme e monsummano, inaugurata nel 1937, di Reggio Calabria-Centrale, 1937-38.
Dal 1948 al 1963 Mazzoni si trasferisce in Colombia, a Bogotà, dove insegna all’Università Nazionale e svolge attività professionale. Vive a Roma dal suo ritorno in Italia, a partire dal 1958, fino alla morte, avvenuta il 28 settembre 1979.

Progetti

A Ferrara, invece, tra il 1927 e il 1929, l’architetto aveva eretto il Palazzo delle Poste e Telegrafi, occupando un vasto quadrilatero del Viale Cavour, prospiciente la chiesa di S.Maria della Rosa. Accusato di inserirsi pesantemente nel contesto cittadino e di fraintendere la tradizione locale, in realtà l’edificio ne propone una versione raffinata e modernissima: basti solo pensare a come vi è ripreso il motivo estense del diamante. “Chi sa se l’impressione ricavata dal bugnato del Palazzo dei Diamanti…sia rimasta in qualche modo impigliato per necessità di armonizzazione nei piedritti di marmo delle finestre o nei tavoli, nelle mensole fino nei calamai e nelle plafoniere dell’arredo interno, diventati fin qui un divertimento futurista. Svolgendo ossessivamente questo leit-motiv (mirabili gli arredi dell’ufficio del telegrafo, da lui disegnati ed eseguiti dalla falegnameria Fratelli Santini), Mazzoni è riuscito, nel contempo, a miscelare con eclettica sapienza il classico della petrosa facciata (ma più vicina a Brasini che a Coppedé) con il taglio metafisico e proto-razionalista del retro in laterizio (suggestioni che poi svilupperà nel palazzo postale di La Spezia). Accenti futuristi e decò, classicismo (le maschere tragiche della facciata, che tornano nel coevo palazzo della Ragione di Nuoro) e Novecento, monumentalismo ed essenzialità del design convivono: e in ciò Mazzoni è stato coadiuvato dagli eccellenti artigiani, come Napoleone Martinuzzi, autore degli impeccabili stucchi e dei vetri nella sala del pubblico.

Tra i primi edifici compiuti al principio degli anni Trenta, si annovera il Palazzo Postale di Gorizia, il cui progetto venne approvato il 3 aprile del 1929 e ottenne l’approvazione definitiva il 3 gennaio del 1930, mentre i lavori di costruzione si conclusero presumibilmente nel 1933. La plastica composizione dei corpi di fabbrica convergenti nella torre dell’orologio, accentuata dall’impiego dei mattoni a vista accostati ai massicci elementi in pietra di Aurisina, determinano la monumentalità dell’edificio. L’arretramento angolato del portico di accesso alleggerisce visivamente le incombenti volumetrie creando una piccola piazza. Da questa si accede ai piani corridoi degli sportelli al pubblico, sopraelevati e paralleli ai fronti strada. L’originale assetto distributivo indica in questo modo due originali soluzioni tipologiche per la progettazione di edifici in aree centrali. Mazzoni annotava, a proposito di questo edificio, di essersi ispirato all’opera di Joseph Hoffman per non cadere in una “copia culturalista”, dovendo in qualche modo ispirarsi “a forme di apparenza veneta”.

Il Palazzo delle Poste di Sabaudia, realizzato in quello stesso giro di anni, è un edificio ugualmente interessante dal punto di vista architettonico: elaborò un edificio rialzato da terra mediante una scalinata, completamente rivestito di tessere azzurre (che rimandano al colore dei Savoia), con il volume principale a un piano, dove collocò i vari locali necessari per gli uffici, la sala per il pubblico e la piccola rivendita di francobolli. Tale volume a un unico piano, per via degli ampi finestroni incorniciati da un cordolo in marmo rosso di Siena, da cui la grande sala interna prende luce, per il disegno delle grate antimalariche e per l’elegante cornicione, assume un forte senso aerodinamico. Sul retro, invece, dove, su un piano parziale ricava l’alloggio del custode al quale si accede da una scala esterna, l’immagine complessiva dell’edificio denota un tono meno ufficiale, sia per la presenza di questa scala, sia per la composizione dei volumi e delle finestre.

A Sabaudia, in particolare, con l’inserimento della struttura portante della grata, con la superficie indefinita della rete e con l’uso del colore rosso vermiglione, l’architetto darà una connotazione spiccatamente aerodinamica e moderna a tutto l’edificio accentuando fortemente nei due prospetti principali – dove erano posti gli ingressi della sala del pubblico – la dimensione orizzontale.

All’inizio degli anni Trenta (1933), cade anche l’incarico per la Colonia marina del Calabrone, sul Tirreno, considerata dai futuristi come rappresentante dell’essenza dell’architettura futurista stessa,
per i figli di postelegrafonici e di ferrovieri. Nel 1932 iniziano i contatti ufficiali dell’architetto con Marinetti e il Futurismo. In qualità di aderente al Secondo futurismo, Mazzoni ha elaborato e realizzato nel corso di vent’anni edifici profondamente innovativi, coniugando le istanze innovative dell’ “architettura moderna” con una alta qualità delle realizzazioni, sempre caratterizzate dal particolare pregio dei materiali impiegati e dalle tecniche di realizzazione. Nel 1934 è tra i firmatari del Manifesto Futurista dell’Architettura Aerea. Allo stesso anno risale la Centrale termica e cabina apparati centrali della stazione di Santa Maria Novella a Firenze (1934), opera di architettura moderna considerata tra le più importanti della prima metà del Novecento.

Tra i progetti affidati a Mazzoni merita di essere ricordato quello della nuova stazione Termini a Roma, i cui lavori furono avviati a partire dal 1924, ma si arrestarono nel 1943, in riferimento alla quale riteniamo interessante riportare l’autorevole commento di Marcello Piacentini:

“La sua architettura è chiara, schietta, larga: essa rivela francamente la funzione degli edifici e nello stesso tempo è nobilissima e grandiosa. La facciata principale è costituita da un unico colonnato gigantesco, binato, sormontato da un attico e completamente aperto; la stazione sarà separata dalla piazza solamente da una vetrata attraverso la quale sarà possibile la visione di tutto il movimento dei treni: spettacolo moderno, vivo, dinamico. Pur essendo saporitamente moderno, nella sua schietta essenzialità, il portico ci richiama la larghezza e la maestà delle grandi composizioni romane, come i grandi porticati delle basiliche e dei fori. I fianchi si iniziano tanto su Via Marsala che sul Viale Principe di Piemonte con una serie di archi comprendenti l’altezza di due piani e sormontati da un altro ordine di archi, la cui luce è metà di quella degli inferiori: questi ultimi sono tagliati da una pensilina. Nella saletta Reale e Imperiale viene richiamato il motivo del prospetto principale con un portico assai più piccolo e di carattere diverso, semplicissimo e pure signorilmente raffinato. Un motivo dominante nei prospetti minori è quello del portico architravato a grandi luci, sorretto da colonne tozze senza capitello e sormontato da due ordini di finestre quadrate, a semplice taglio nel travertino. In complesso l’architettura è basata sul funzionamento, com’è logico in una stazione, e segue passo passo le singole necessità, palesandole esternamente: ne sono scaturiti dei fianchi vari, movimentati, interessanti, gustosi, pur conservando un carattere unitario. Vero è che le funzioni che si compiono in una stazione non sono molto elevate nella scala dei valori spirituali e sotto questo punto di vista ci si dovrebbe attenere ad un’estrema semplicità. Aspre critiche sono state mosse infatti ad altre stazioni, giudicate eccessivamente monumentali; ma in questo caso l’edificio della stazione domina una vasta piazza centralissima, su cui sorgono altri monumenti di grande valore: è insomma uno degli elementi più importanti della città, e sarà continuamente sotto gli occhi di tutti. Dobbiamo anche riflettere che la stazione è il primo edificio che si vede arrivando: quello che ci dà il benvenuto e che deve subito rivelarci il carattere della città in cui si giunge. E’ in una parola l’anticamera della città ed è giusto che, come l’anticamera dei palazzi antichi, sia fastosa e grandiosa. A conferire nell’insieme un aspetto particolare di signorilità contribuiranno assai i materiali impiegati, tutti nobilissimi. Le grandi colonne saranno in travertino romano; così pure i muri esterni saranno quasi ovunque rivestiti con lastre di travertino disposte a giunti continui. Le pensiline saranno rivestite in mosaico di vetro. Negli interni i marmi saranno usati con larghezza e possiamo anzi affermare che in tutti i particolari già studiati si nota la preoccupazione costante di attenersi alle migliori soluzioni, pur tenendo presenti le considerazioni economiche. Angiolo Mazzoni, che attraverso una serie di lavori, molti dei quali importantissimi (Stazione di Messina, di Reggio Calabria, di Bolzano, di Siena, di Montecatini, di Littoria ecc.; Palazzi delle poste di Agrigento, Sabaudia, Littoria, Grosseto, Massa, Pistoia, Gorizia, Novara, Ostia, ecc.), ha continuamente raffinato la propria sensibilità artistica, dimostra ora di essere pervenuto ad una sana ed esauriente maturità. Già la Stazione di Messina (dove il porticato eccessivamente lungo che congiunge la stazione centrale con la marittima poteva forse essere risparmiato), da poco ultimata, rappresenta la forte affermazione di un’architettura moderna, sana, armonica, largamente romana, pienamente convincente. La stazione di Roma, concepita nello stesso clima, ma ricca di ben altri mezzi, nata con maggior impeto creativo, costituirà un’opera di ben più alto valore. Ammirevole figura, quella di Angiolo Mazzoni! Pur dirigendo un ufficio e sopportando tutti i pesi della burocrazia, è riuscito ad imprimere, con fede e tenacia, a tutti gli innumerevoli lavori a lui affidati, il soffio vivificatore dell’arte e di uno spirito nuovo là dove da tempo l’architettura era limitata ai compiti modesti di pratiche di ufficio. Questo singolarissimo funzionario ha saputo conferire alla carica che egli copre nel Ministero delle Comunicazioni una importanza eccezionale ed un tono del tutto personale.”

(M.Piacentini, La nuova Stazione di Roma Imperiale, in “Architettura”, XVIII, dicembre 1939, fasc. speciale, pp. 72-85.)

Di Mazzoni si è parlato anche in termini futuristi, oltre che per l’adesione al manifesto di Martinetti e la vivace militanza, per via di quelle soluzioni aerodinamiche che trasformano i suoi edifici in carlinghe spaziali, oppure in termini costruttivisti, evidenti nell’avveniristica Centrale Termica alla stazione di Firenze del 1933. Ma è altrettanto importante ricordare in Mazzoni l’uso e la conoscenza degli elementi classici e delle tecniche costruttive antiche, evidenti nei grandi saloni voltati della Stazione Termini, simili a criptoportici dell’età romana. Tratto distintivo è poi l’elemento creativo, l’originalità autonomamente recuperata della quale resta testimonianza nei pilastri delle Poste a Ostia, realizzati sfalsando tra loro i mattoni e imitando così la corteccia della palma, pianta simbolo dell’espansione coloniale africana. Novecentismo, futurismo, costruttivismo, razionalismo: l’opera di mazzoni sembra coinvolgere l’intero lessico architettonico del secolo mediante Sperimentazione e sintesi in una ricerca formale e funzionale che rende l’autore un rappresentante della continuità culturale col resto d’Europa.

In realtà, Mazzoni giocò un ruolo determinante nella modernizzazione degli apparati di Stato e contribuì in modo radicale a definire alcune delle immagini forti del “Moderno” in Italia. Lavorando per uno dei Ministeri che più di altri influirono nella messa in rete delle grandi infrastrutture della telecomunicazione come i servizi postali e telegrafici, telefonici e ferroviari, egli influì con grande originalità alle elaborazione di una immagine profondamente rinnovata dell’edilizia pubblica e del suo più immediato messaggio, come strumento di comunicazione di massa.

In maniera sostanzialmente parallela a quanto avveniva negli stessi anni per opera di altre strutture globali dello stato fascista in termini di opere pubbliche attraverso la realizzazione di ponti, strade ospedali case del Fascio e via dicendo, il contributo di Mazzoni alla definizione di un’immagine forte e convincente che allo s tesso tempo risultasse moderna, istituzionale, proiettata verso il futuro delle nuove tecnologie e insieme tenesse uniti i temi dell’adesione alle memorie e ai significati etnico-antropologici e storico-geografici dei luoghi risulta, soprattutto alla distanza dei decenni che ci separano da quelle esperienze, sicuramente fondamentale.

Egli riuscì, attraverso l’impiego di morfologie fortemente simboliche, ancorate insieme alla lezione futurista e a quella novecentista (accenni dechirichiani e alla Sant’Elia sono evidenti nel suo linguaggio), l’adozione di tecnologie facenti capo alle innovazioni più aggiornate e di materiali tradizionali come la pietra, il marmo e il mattone, la dimensione dichiaratamente urbana delle sistemazioni alla scala”cittadina”, a connotare un’idea di architettura capace di affermarsi e di sopravvivere al tempo e alle mode.

Un’architettura solida, quella di Mazzoni, capace di trovare pur nelle situazioni maggiormente a rischio compromissorio soluzioni originali e innovative, appunto nella strutturazione degli interni e nella dovizia delle soluzioni materiologiche (dal mattone, di cui ha fatto molto uso, alle pietre, al vetro, al metallo), quando nella puntualità progettuale certamente originale degli stessi arredi.del quale sorprende la capacità di conferire sempre a ogni sua realizzazione , anche la più modesta, una capacità evocativa, una coerenza linguistica, una complessità strutturale e una ricchezza di significati raramente riscontrabili in opere coeve.

Il respiro internazionale della produzione mazzoniana testimonia così la capacità dell’autore di dialogare in profondità con alcune tappe centrali della cultura europea, dall’espressionismo tedesco al costruttivismo sovietico, rivelando poi la capacità di assorbire e reinterpretare anche gli etimi più profondi dello sperimentalismo italiano. Sono, infatti,rintracciabili nel suo lavoro percorsi immaginativi dal “Novecento” al Razionalismo, ma anche da questo al “Novecento”, entro occasioni progettuali complesse e particolarmente sofferte (come per il palazzo delle Poste e dei Telegrafi di Ragusa, 1927-29, per la Stazione Ferroviaria di S.Maria Novella a Firenze, 1929-33, per quella di S.Lucia a Venezia, 1928-1943).

E’ indubbio che ogni proposizione di Mazzoni dal livello strutturale a quello dei rivestimenti e degli arredi risulta corrispondere ad una acutezza progettuale ed estrema cura di realizzazione ed esecuzione, in una profonda consapevolezza delle valenze del manufatto architettonico, dall’impianto complessivo ad ogni più circoscritto particolare. Immaginava un’architettura di plasticità spaziale ed una qualità vivibile e persino, a volte, affabile dei rapporti di spazialità interna.
La sua creatività passava per un’alta professionalità progettuale e realizzativa, una sapienza operativa volumetrica, spaziale, materiologica.

Infine, l’esempio mazzoniano, nel suo profilo complessivo, costituisce una delle prove maggiori di un’epoca, che si è rivelata fra le più intense quanto a consapevolezza professionale dell’operare architettonico. Come pure dell’operare architettonico, proprio perché era caratteristica diffusa della moralità del tempo, che non ha niente a che vedere con il Fascismo e la sua cultura di pragmatismo propagandistico, ma risiede nel patrimonio d’una classe di professionisti espressi da una borghesia di cultura ed etica risorgimentale, che nel regime fascista ha trovato, sostanzialmente, soltanto lo strumento di una propria autonoma realizzazione.

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