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Urbanistica e architettura a Ferrara negli anni Venti e Trenta.

Una passeggiata tra i palazzi della Ferrara del primo dopoguerra.

Nel fervore di opere e nel tentativo spasmodico di concretizzare quel rinnovamento cosiddetto “spirituale”, che intendeva trasformare la nazione italiana sotto ogni suo aspetto, caldeggiati dal “genio” e dalle risolute direttive impartite da Mussolini, anche la provincia di Ferrara non venne meno al suo compito.

Con l’avvento del regime fascista si procedette, innanzitutto, in città alla ricostituzione del patrimonio stradale, danneggiato nel corso del primo conflitto mondiale e nell’immediato dopoguerra. Negli anni a cavallo tra il 1922 e 1924 ebbe inizio il consolidamento delle massicciate stradali , mentre in quelli immediatamente successivi si eseguirono cilindrate su vasta scala della rete provinciale . Nel 1928 si passò ad affrontare il problema della rete stradale nella sua complessità, predisponendo un piano generale di riassetto patrocinato dalla Amministrazione Provinciale di Ferrara.

Ma provvedimenti di ampie proporzioni furono varati anche per quanto riguarda l’assetto urbano. Quelli a cui dedicheremo spazio in questa sede faranno riferimento soltanto a una parte dei progetti varati nella città emiliana nel corso degli anni Venti e Trenta, tuttavia ritenuta esemplificativa delle principali tendenze architettoniche sostenute da chi si trovò ad operare nel contesto locale in quell’arco di tempo.

Dalla seconda metà dell’Ottocento, una volta intrapresa la demolizione della fortezza pontificia ubicata all’estremità occidentale della città ove un tempo sorgeva il canossiano Castel Tedaldo¹, fino al primo decennio del secolo successivo, Ferrara si trovava con un’area compresa fra il canale Panfilio (l’odierno Viale Cavour) e la cinta muraria di sud-est completamente rasa al suolo, che valse a guadagnarle il soprannome di “spianata”.

Ma allorché, attorno al 1910, lungo il Viale Cavour si diede inizio all’erezione di alcune ville e abitazioni, la municipalità mise in cantiere, incaricandone l’ingegnere Ciro Contini, uomo di profonda cultura, il varo del nuovo piano regolatore della città.
Il piano, da considerarsi uno dei primi nella storia urbanistica moderna d’Italia, ebbe tuttavia vicende alterne. All’opera di Contini si affiancò il lavoro di ingegneri alle dipendenze del Comune, i quali avanzarono l’irragionevole proposta, fortunatamente rimasta inascoltata, di avviare il completo abbattimento delle mura, tutt’oggi visibili nella loro ubicazione d’origine.

Alla fine il progetto fu definito e, denominata l’”Addizione fascista”² durante gli anni centrali del fascismo, l’area venne urbanizzata³ ed edificata secondo moduli stilistici ed urbanistici prescritti dal governo della capitale.

Nel Ferrarese il fascismo aveva trovato terreno fertile sin dalla “questione agraria”, allorché lo scontro di classe nelle campagne aveva raggiunto il culmine tra gli anni 1914-1921.

Perno della struttura del quartiere, oggi noto come Rione Giardino, risultò allora essere la imponente mole dell’acquedotto, concepita a guisa di un monumento funebre romano, la cui collocazione determinò la formazione di alcuni assi stradali che tuttora rivestono un ruolo di primo piano nel tessuto urbanistico della città.

Il civico Acquedotto, che all’epoca derivava le sue acque dal Po ed eretto in sostituzione del vecchio acquedotto che derivava da Castelfranco Emilia, vide la luce tra il 1926 e il 1932.

Progettisti dell’impresa architettonica furono gli ingegneri Girolamo e Carlo Savonuzzi, rispettivamente laureati in Ingegneria civile a Bologna nel 1922 e in Ingegneria industriale presso il Politecnico di Torino nel 1907.

In comune accordo essi decisero di conferire all’edificio l’aspetto di un tempio dodecagonale, dall’ispirazione, si diceva, a un tempo romana e “raffaellesca”, coronato dalla gigantesca statua raffigurante “Il fiume Po e il suoi affluenti” di Arrigo Minerbi, di ascendenza apertamente novecentista.

Sempre a Carlo Savonuzzi il Podestà di Ferrara Renzo Ravenna aveva affidato nel 1925 la costruzione del nuovo campo sportivo, lo Stadio “Paolo Mazza” - uno stadio, appunto, recintato da un alto muro e contenente una vasta tribuna costituita da un portale a cerniera, sul quale è incastrato il montante che sorregge lo sbalzo del tetto, tutto in cemento armato - che sorgerà sulle rovine dell’antico campo della Spal. Dove prima esisteva soltanto un terreno appena delineato per il gioco del calcio viene realizzata una completa e “perfetta” sede per le principali competizioni sportive. Una doppia pista per il podismo e il ciclismo integrava, difatti, il campo da calcio, mentre nel centro delle piste figuravano altresì due rettilinei di oltre cento metri e gli spazi riservati al lancio del giavellotto. Il progetto di Savonuzzi, oltre a ciò, contemplava in origine anche la presenza di uno stand per il tiro a volo, un campo da tennis e una palestra coperta.

Anche l’asse stradale principale costituito da Viale Cavour fu, alla stessa stregua, presto dotato di edifici come la Casa del Fascio, realizzazione risalente agli anni compresi tra il 1926 e il 1930 da ascrivere all’ingegner Giorgio Gandini, laureato in Ingegneria e inizialmente attratto dal Futurismo, che scelse di articolare il palazzo in un grandioso edificio centrale affiancato da due avancorpi, conseguendo un effetto di particolare vivacità mediante il “movimento ottenuto dalle masse rientranti, dai porticati e dai terrazzi nelle zone di raccordo delle tre parti del fabbricato” 4. E’ fuor di dubbio che, con la profusione di balconi marmorei, terrazze, bugnati, colonne e cornicioni risultanti in una citazione alquanto greve dell’architettura cinquecentesca, non dovesse sottrarsi al suo compito di monumento celebrativo del regime.

A parte ciò, si riscontrano nella cifra progettuale di Gandini alcune tangenze con l’allora emergente, a Ferrara, linguaggio razionalista, come rivelano i sobri accenti della bella scalinata dell’atrio principale.

L’esigenza di estendere una omogeneità di tono all’intera area circostante, spinse successivamente Giorgio Gandini a progettare anche i due fabbricati condominiali situati all’incrocio della grande arteria con Via Alighieri riprendendo il gusto eclettico esibito nella casa del Fascio, ma con cadenze più sommesse ed asciutte, disponendo con maggiore eleganza le pur differenziate riquadrature, così come le finestre e i timpani.

Sempre alla progettualità di Gandini si deve, sull’altro capo della strada, il palazzo sede dell’Istituto Medico-Legale dell’Aeronautica, iniziato nel 1935 e concluso due anni più tardi e la cui costruzione poté interamente usufruire delle sovvenzioni erogate dal Ministero dell’aeronautica stesso. All’Istituto, a quel tempo facevano capo i piloti militari e civili dell’alta Italia per quanto concerneva le visite di collaudo e di controllo della loro capacità fisica alla guida.

Il fabbricato è rivestito esternamente da un paramento in laterizio a cortina con marmi vicentini, rilettura in chiave moderna del caratteristico “cotto ferrarese”, accanto al quale trovano spazio i marcapiano, il portale fiancheggiato da una coppia di sfere, le finestre, le linee di coronamento, misurati inserti marmorei dall’intonazione talora metafisica.

Poco più avanti, invece, qualche anno prima, tra il 1927 e il 1929, l’architetto Angiolo Mazzoni aveva portato a termine l’edificazione del Palazzo delle Poste e Telegrafi, occupando un vasto quadrilatero del Viale Cavour, prospiciente la chiesa di Santa Maria della Rosa. Accusato di inserirsi pesantemente nel contesto cittadino e di fraintendere la tradizione locale, in realtà l’edificio ne propone una versione raffinata e modernissima: basti solo pensare a come vi è ripreso il motivo estense del diamante. Svolgendo ossessivamente questo leit-motiv (mirabili gli arredi dell’ufficio del telegrafo, da lui disegnati ed eseguiti dalla falegnameria Fratelli Santini), Mazzoni è riuscito, nel contempo, a miscelare con eclettica sapienza il classico della petrosa facciata (ma più vicina a Brasini che a Coppedé) con il taglio metafisico e proto-razionalista del retro in laterizio (suggestioni che poi svilupperà nel Palazzo postale di La Spezia). Accenti futuristi e decò, classicismo (le maschere tragiche della facciata, che tornano nel coevo palazzo della Ragione di Nuoro) e Novecento, monumentalismo ed essenzialità del design convivono: e in ciò Mazzoni è stato coadiuvato dagli eccellenti artigiani, come Napoleone Martinuzzi, autore degli impeccabili stucchi e dei vetri nella sala del pubblico.

Di fronte al Palazzo delle Poste e dei Telegrafi, in posizione, dunque, del tutto centrale, nel 1936 era stata inaugurata anche la non più esistente Caserma del Littorio, che includeva una serie di uffici, il comando, magazzini, camerate e il ricovero antiaereo centrale della DICAT.

Proseguendo lungo il Viale Cavour, altri edifici portati a compimento tra il 1926 e il 1934 circondano l’antica mole del Castello Estense.

Si tratta, in primo luogo, del Palazzo dell’Istituto Nazionale Assicurazioni5, costruzione progettata dall’ingegner Gino Cipriani, laureato in Ingegneria, che ancora oggi occupa l’area corrispondente alle scuderie estensi.

Pure in questo caso, nella facciata del palazzo venne sperimentato un abbinamento inedito, ma non infrequente in questi anni: e cioè fra il laterizio e una pietra proveniente dal Lago d’Iseo. Caratteristica che rese particolarmente popolare il progetto fu innanzitutto la razionale disposizione degli ambienti interni, l’adozione di comforts abitativi, l’applicazione di soluzioni per deumidificare gli ambienti, consistente in una intercapedine nei muri delle fondamenta.

Nel frattempo, un altro importante ente assicurativo, ovvero le Assicurazioni Generali di Venezia intendeva suggellare l’espansione delle loro attività anche a Ferrara in modo perentorio e monumentale. Il progetto6 appartiene a un ingegnere padovano, Augusto Berlese, di chiara fama nel proprio contesto locale, tuttavia avulso dal contesto ferrarese. In tal modo la committenza poté facilmente imporre un gusto di evidente impronta veneta che si manifesta nel rivestimento di bugnato in pietra calcarea di Vicenza, nonché nelle arcate di memoria neocinquecentesca-palladiana e nelle decorazioni che citano il leone marciano.
Il palazzo si affaccia nel punto in cui ha inizio la Via Giovecca, che prosegue con il rifacimento secondo stilemi neoclassici dell’Ospedale di S.Anna, reso celebre dalla prigionia del poeta Torquato Tasso.

Negli anni Trenta si era voluto riprendere il programma tracciato dal Piano regolatore di Contini e si attuarono due degli sventramenti che in esso figuravano: il primo interessava l’area dell’ex-convento di San Domenico, diventato caserma nell’Ottocento, al fine di erigere il Palazzo delle Poste del Mazzoni; il secondo, invece, si riferiva appunto alla zona dell’ex-Ospedale di S.Anna per creare una sorta di centro Studi e aprire una serie di collegamenti con via Palestro, Borgoleoni e la Giovecca.

La ristrutturazione dell’area, avviata nel 1931, predispose la nascita negli spazi retrostanti di un autentico quartiere, o “addizione”, di sapore novecentista, composto da una scuola elementare, l’Auditorium, dal Museo di Storia Naturale, dal cinema Boldini ed altri edifici residenziali, che videro ancora una volta protagonisti i fratelli Girolamo e Carlo Savonuzzi7.

A quest’ultimo, infatti, si deve l’originale edificio scolastico in origine dedicato a re Umberto I e, in un secondo momento, alla maestra antifascista Alda Costa.

Qui Savonuzzi sembra essere in sintonia col linguaggio razionalista che si è diffuso nel resto della penisola,tuttavia esegue una commistione tra i profili taglienti del Castello Estense e i dettami delle teorie funzionaliste nel conferire ritmo ascensionale a un insieme di solidi,come parallelepipedi, rettangoli, semicilindri, sporgenti e rientranti legati da un magistrale disegno composititvo. pur serbando un ricordo della metafisica dechirichiana.

Il rigore geometrico è rispettato anche nella disposizione delle finestre su tre ordini perfettamente raggruppati. L’impressione è ulteriormente rafforzata dall’impiego dei materiali: il mattone ferrarese viene interrotto dalle cornici e dai basamenti in pietra arenaria grigia. La torre scanalata, adibita a biblioteca, funge poi da centro prospettico rispetto all’asse della Via Giovecca.

Per quanto all’insegna della solennità e della monumentalità, i fabbricati del nuovo quartiere devono il loro inserimento privo di apparenti fratture, quasi “mimetico”, nell’antico contesto urbano, alla intelligente pianificazione e all’utilizzo in chiave modernista del parametro del mattone a vista. Gli edifici si saldano così armonicamente nel solco della tradizione locale mantenendo parallelamente aperto il dialogo con le coeve esperienze delle avanguardie.

Un altro capitolo fondamentale per la storia urbanistica della città riguarda la realizzazione della zona industriale.

Difatti, per porre rimedio alla crisi e alla disoccupazione e per interessamento del gerarca ferrarese Italo balbo, il regime fascista approva la realizzazione della nuova area industriale.

Ferrara è una tra le prime città a dotarsi di un quartiere industriale pianificato, mediante Regio Decreto facente capo alla legge n. 2455 del 26 dicembre 1936.
Localizzata nei settori sud-ovest e nord-ovest della maglia urbana in un’area tagliata a metà dalla stazione ferroviaria, essa venne a trovarsi in posizione centrale rispetto a tutte le vie di comunicazione: stradale, ferroviaria e fluviale.

Gli articoli del Decreto stabiliscono i tempi e le indennità di esproprio, peraltro minime, di impianto delle nuove industrie e in esso si cita l’approvazione concessa dal Genio Civile al Piano Regolatore della Zona Industriale.

La maggior parte delle industrie 8 localizzate a Ferrara erano di Stato, insediate allo scopo di occupare forza-lavoro.

Fra il 1937 e il 1943 apriranno i battenti a Ferrara stabilimenti come l’Aniene-Solvay, la Montecatini, la Burgo, il gruppo IFI-FIAT, il Linifio nazionale, la Pirelli, tutti filiazioni del capitale monopolistico e caratterizzate da attività direttamente finalizzate alla produzione bellica, molte delle quali non sopravvivranno alla seconda guerra mondiale.

Il Piano prevedeva essenzialmente, in primo luogo, l’ampliamento della darsena sul canale Volano, onde incrementarne la potenzialità di traffico e la razionalizzazione delle vie di comunicazione da cui era servita; in secondo luogo, la dotazione del terreno lungo il canale
Boicelli di una rete infrastrutturale, che doveva constare di una rete stradale costituita da una dorsale sud-nord parallela al canale e numerose strade secondarie, oltre agli impianti e le reti per la distribuzione di acqua ed energia elettrica e alle sistemazioni delle sponde del canale navigabile.

Qualora poi la darsena cittadina fosse satura l’Ingegnere Capo Girolamo Savonuzzi aveva individuato in alcuni terreni nei pressi di Pontelagoscuro la possibilità di progettare una seconda darsena.

Il Piano, una volta compiuto, seppe rispettare la grande razionalità del suo progetto, che fondeva in un unico insieme la rete infrastrutturale della strada, delle ferrovia e della idrovia con la maglia lineare della zonizzazione, della partizione dei lotti destinati alle industrie lontani dalle abitazioni.

Un assoluto senso di ordine e unitarietà permeava anche i fabbricati degli opifici, dei magazzini, degli scali, alla progettazione dei quali era stata riservata una minuziosa ricerca formale.

L’impresa, infine, aveva fornito l’opportunità di sperimentare sul campo alcuni principi ricorrenti nella tanto propagandata figura professionale proposta da Gustavo Giovannoni, quell’”architetto integrale”, le cui capacità progettuali, come nel caso dell’impresa affidata all’ ingegnere Savonuzzi, dovevano essere applicabili alla esecuzione dell’intero ambiente edificato.

NOTE

¹ Il Castel Tedaldo configurava, congiuntamente al Castrum bizantino la cosiddetta “città lineare”, affacciata sul ramo del Po di Primaro fino al 1152, anno della rotta di Ficarolo, che provocò uno spostamento dell’alveo del fiume verso nord.

² Cfr. C.Bassi, Perché Ferrara è bella, Ferrara, 1994, pag. 58.

³ Nella “Sintesi delle realizzazioni conseguite dall’Amministrazione Comunale democratica nel settore dei Lavori Pubblici dal 1945 al 1951: Piano Regolatore del 1957” del Comune di Ferrara si legge : …Infine nelle zone dell’Addizione verrà mantenuto il carattere rado e spaziato dell’edilizia e rispettata la trama viaria esistente.”

4 G.Medri, Ferrara brevemente illustrata nei suoi principali monumenti, Ferrara, 1933, p.61

5 Archivio Storico Comunale di Ferrara, sec. XX, Strade e Fabbricati, busta 21, fasc.1.

6 Archivio Storico Comunale di Ferrara, sec. XX, Strade e Fabbricati, busta 19, fasc.1.

7 Archivio Storico Comunale di Ferrara, sec. XX, Istruzione Pubblica, Costruzione e Sistemazione Edifici Scolastici, busta 6.

8 Per un elenco completo degli stabilimenti industriali e chimici insediati nella zona di Pontelagoscuro si veda A.Farinelli Toselli- F.Scafuri, Ferrara. Trasformazioni-Addizioni – Ampliamenti, Ferrara, 1991, p. 54.

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