Violare il corpo, violare l’anima: JENNY SAVILLE E GINA PANE

MACRO, Roma Centre Pompidou. Parigi

Alcuni aspetti accomunano la pittura di Jenny Saville (Cambridge, 1970) e le performance di Gina Pane (Biarritz, 1936 - Parigi, 1990). Sono il corpo e le sue “ferite”. La prima, astro crescente della Young British School, ne sembra affascinata. I suoi quadri raffigurano visi, corpi e organi genitali mutati chirurgicamente e a suon di testosterone. La stessa Saville confessa di amare “…i corpi in uno stato di trasformazione, che sia attraverso la ferita o la chirurgia“. La seconda, una delle principali esponenti della Body Art, adopera invece il proprio corpo “per ferirlo, trafiggerlo e oltrepassarlo“. La ferita è per la Pane “…un segno dello stato di estrema fragilità del corpo […] un segno che evidenzia la situazione esterna di aggressione, di violenza a cui siamo esposti“.
Le mutazioni a colpi di bisturi e l’ibrido attraggono l’inglese tanto da portarla ad assistere ad interventi chirurgici o a dipingere corpi, come “Matrix“, dalla doppia identità sessuale, metà uomo e metà donna, metafora dell’ambiguità del presente. Le lacerazioni corporee della Pane sono invece una toccante rivolta contro la società, in opposizione alle sue regole e costrizioni. Sempre vestita di bianco, si ferisce alle labbra e al volto con una lametta, mostra il suo corpo cosparso di vermi, si conficca le spine di fasci di rose sul braccio, rotola su un pavimento cosparso di pezzi di vetro, sale a piedi nudi una scala con chiodi nei pioli, spegne il fuoco con i piedi. Ferite fisiche per descrivere le ferite dell’anima. Lontane da ogni tipo di moralismo, le immagini delle due artiste possono sicuramente scioccare e scandalizzare lo spettatore, ma di certo non possono lasciarlo indifferente.
Le “ferite” esistenziali di Jenny Saville e Gina Pane sono ora in mostra.

Il Macro di Roma ospita fino al 1 maggio 2005 la prima personale italiana della trentaquattrenne inglese. Per l’esposizione, curata da Danilo Eccher, Jenny Saville ha realizzato in esclusiva dieci disegni e sei nuovi dipinti a olio. L’artista sbatte sulla tela una pittura cruda, fatta di colori aciduli e rossi sanguigni, che attraverso dettagli anatomici, primi piani o figure intere ci restituiscono la sua indagine sul corpo umano. Quella della Saville, spiega Eccher, è “[…] una pittura che aggredisce l’immagine, non esita a deturparla, ne scava la carne, usa il colore per incidere nuove ferite, per scolpire nuove plasticità, per esibire nudità inutilmente celate. Sono corpi pesanti che si ripiegano su se stessi, deformati dalle pieghe della loro stessa carne, corpi schiacciati dalla superficie del quadro, compressi in uno spazio pittorico troppo angusto, ossessionati dalla visione della loro sudata nudità. Corpi obesi che testimoniano la malata degenerazione di una società ricca, la sofferenza dell’eccesso, corpi grassi, gonfi, faticosamente disposti nel quadro, accalcati negli sviluppi di una narrazione che li trascende“.
Il parigino Centre Pompidou dedica invece a Gina Pane una retrospettiva, fino al 15 maggio 2005, dal titolo “Terre - Artiste - Ciel“. La mostra è organizzata seguendo un criterio tematico e cronologico: la prima parte è dedicata alle azioni della francese nella natura (1968-70); la seconda parte presenta materiale documentario delle performance pubbliche (1971-79); infine le “Icone” e le “Partizioni” (1980-89) tracciano l’uscita dalla Body Art in nome della ricerca oggettuale.

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