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JESSICASTOCKHOLDER

Ferrara, Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea Dal 9 Ottobre 2005 al 11 Dicembre 2005

Al Padiglione d’Arte Contemporanea di Ferrara espone una fra le artiste più originali ed interessanti dell’attuale palcoscenico americano, Jessica Stockholder, che con questa mostra, organizzata dalla Gam di Torino in collaborazione con le Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara, offre un’inedita selezione di opere mai presentate prima al pubblico italiano.

Appartenente a quella generazione di artisti che negli Stati Uniti ha infranto le distinzioni tradizionali tra pittura, scultura e architettura per creare una dimensione nuova dell’opera d’arte, la Stockholder annovera tra i suoi maggiori punti di riferimento le qualità formali del collage dadaista di Kurt Schwitters, la ricerca implacabile di uno spazio effimero in cui arte e vita si incontrano esaltato da Robert Rauschenberg e l’approccio poetico per gli oggetti della quotidianità di Allan Kaprow.

L’artista, nata a Seattle nel 1959, dal 1999 docente di Scultura alla Yale University di New Haven CT, è difatti solita unire all’influenza della pittura americana astratta degli anni ’50 e dell’happening, la lezione dei più importanti protagonisti delle avanguardie europee, tra cui Schwitters ma anche Cèzanne, Matisse e i cubisti, che rivoluzionarono il modo di guardare al soggetto e l’uso delle tecniche artistiche tradizionali. La scelta di intersecare e mescolare queste istanze ha concorso a far apprezzare la sua arte tanto ad un pubblico più tradizionalista quanto ai critici più spregiudicati.

I suoi ormai celebri ‘cumuli’ di oggetti prelevati dal quotidiano sono il risultato dell’esperienza concreta dell’artista maturata con oggetti comuni ma al contempo saturi di significati, il cui fine è proprio quello di indagare a fondo la natura e i meccanismi dell’esperienza umana. Sedie, lampade, tessuti e utensili da cucina innescano in lei un meccanismo di associazione che gradualmente si trasmette ad altri oggetti e allo spazio in cui essi si trovano creando, come dice l’artista, «assurdi legami tra le cose, involontarie unioni, incontri, casualità’». Così accade in Untitled dove si ha la forte sensazione che sia l’oggetto-sedia ad attrarre a sé tutto ciò che lo circonda, compresa la parete, e che da esso tutto abbia origine.

Nella produzione dell’artista statunitense la tradizionale cornice dell’opera, linea di demarcazione tra essa e il mondo esterno, è costituita da quello spazio reale in cui lo spettatore vive e si muove. In Ground Cover Season Indoors la panchina, la sedia e la lampada incontrano il colore, elemento astratto proprio della tradizione artistica, che si posa sulle loro superfici cambiandone la natura, trasformando la verità in finzione pittorica e viceversa, gli oggetti concreti in uno “schizzo del mondo”, sottraendoli al quotidiano e collocandoli in un’atmosfera irreale e sospesa in cui l’unico segno di vita è l’elettricità che silenziosa e nascosta scorre per alimentare la lampada.

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