
Il suo lavoro è caratterizzato dalla coabitazione di diversi mezzi espressivi: alla pittura e al disegno si affiancano spesso oggetti tridimensionali e videoproiezioni, i suoi film e le sue installazioni combinano musica, cinema e animazione; il suo vocabolario espressivo, trovando le proprie origini nella storia del teatro, del cinema e delle prime avanguardie storiche, dà alla spettatore la sensazione di entrare dentro la scena.
Le sue opere danno forma a un teatro di ombre, una narrazione sinfonica di scene corali e drammi privati, che trovano nella tecnica dell’animazione un mezzo espressivo di rara carica emotiva e straordinaria capacità introspettiva. Questa scelta è il risultato di un’esplorazione esistenziale, di una ricerca in prima persona, che insegue le tracce di esperienze e ricordi autobiografici. Kentridge, infatti, si rivolge alla storia del suo paese, il Sudafrica, indagando la memoria di un passato doloroso, l’appartenenza a un popolo profondamente scisso in due e la propria personale identità di uomo bianco in un paese devastato dall’apartheid.
Un universo in bianco e nero, il suo, in cui a ogni nuovo colpo di grafite sembra corrispondere una cancellatura, un pentimento; un mondo in tumulto, dove gli oggetti si sciolgono e il paesaggio è inondato da misteriosi liquami che travolgono la volontà degli uomini. Le opere di Kentridge si svolgono in un montaggio che prosegue per libere associazioni, in un flusso di coscienza in cui le immagini si collegano l’una all’altra in sequenze oniriche che riportano ai deliri di Joyce e alle visioni di Magritte.
Nel descrivere un’epopea personale che si intreccia con traumi collettivi, Kentridge costituisce un caso solitario nella storia dell’arte più recente, ed è unanimemente riconosciuto come uno degli artisti sudafricani più importanti del mondo.
Cecilia Alemani è curatrice indipendente e critica d’arte. Vive a New York e a Milano e collabora con diverse riviste di arte e cultura contemporanea, scrivendo regolarmente per “Artforum.com” e “Mousse Magazine”. Nel 2005 ha curato, con Simone Subal, la mostra “Things Fall Apart All Over Again” presso Artists Space a New York. Nel 2006 ha collaborato alla mostra “Down By Low” alla Biennale del Whitney di New York e, nello stesso anno, è stata assistente curatore per la mostra “Human Game – Vincitori e Vinti”, organizzata dalla Fondazione Pitti Immagine Discovery a Firenze.
A CURA DI: Francesco Bonami
TESTO DI: Cecilia Alemani
COLLANA: Supercontemporanea
EDITORE: Electa
PAGINE: 108
ILLUSTRAZIONI: 92
PREZZO: 19 euro
USCITA: dicembre 2006

Raffaella Picello









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