
La “grande Quadriennale”, più precisamente la II Quadriennale Nazionale d’Arte di Roma, si apre nel febbraio 1935. E’ la mostra più vasta e significativa dell’arte italiana degli anni Trenta. Nessun’altra esposizione riesce, come questa, a essere una sintesi e uno specchio del momento artistico. 1800 le opere esposte, 700 gli artisti invitati. La scena è il Palazzo delle Esposizioni di via Nazionale, realizzato da Pio Piacentini alla fine dell’Ottocento. Ma all’aspetto umbertino del palazzo fa da contrasto la straordinaria modernità dell’allestimento espositivo.
Il libro di Elena Pontiggia e Carlo Fabrizio Carli – che esce per Electa nella serie “I Quaderni della Quadriennale” – racconta la mostra, nella quale rintraccia molti punti di partenza della nostra attualità artistica ed espositiva. Un volume ricchissimo di illustrazioni – parecchie inedite – di artisti, opere, allestimenti, protagonisti dell’epoca.
Sullo sfondo degli ultimi momenti di pace (poco dopo la chiusura inizierà la guerra d’Abissinia), la mostra testimonia la fine del “Novecento italiano”, del realismo magico e sancisce l’affermazione del primitivismo, dell’aerofuturismo, del gruppo dei “selvaggi” (tra cui Rosai e Morandi), degli astrattisti (Magnelli, Licini, Reggiani), ai quali viene riservata una sala, per la prima volta in una mostra pubblica. La Scuola Romana, poi, conosce un vero trionfo con la grande retrospettiva di Scipione, scomparso ventinovenne due anni prima, con le personali di Mafai e Pirandello, con il successo dei giovani Cagli, Capogrossi, Cavalli, Ziveri e della pittura tonale, con il buon esordio di Afro, che avrà fama vastissima, e del fratello Mirko.
Ai giovani, in particolare, la Quadriennale destina molte sale personali, con una coraggiosa opera di svecchiamento che la rende più innovativa della Biennale di Venezia dell’anno precedente. Tra questi Marino Marini, oggi celebre nel mondo, che vince il primo premio di centomila lire per la scultura. Ma la mostra documenta anche gli italiani di Parigi, con Severini che vince il primo premio per la pittura, De Pisis, Campigli, Savinio. Solo de Chirico è criticatissimo, tanto da essere definito il “Cireneo” della rassegna.
La Quadriennale del ’35 si distingue, inoltre, come già quella del ’31, per la qualità innovativa degli allestimenti: una modernità anticipatrice dei criteri di oggi, una rilevanza della mise en scène dell’opera d’arte che la Biennale di Venezia raggiungerà soltanto nel dopoguerra con Carlo Scarpa. Già all’ingresso del Pa- lazzo delle Esposizioni il visitatore era colpito dalla soluzione spaziale ideata per la Rotonda dall’architetto Aschieri: la grande sala bianca, con i quattro dipinti di Cagli (allora venticinquenne) che occhieggiano alla pittura murale, innalzata in quegli anni da Sironi ai massimi livelli. Sorprendente anche l’allestimento del Giardino d’Inverno affidato a Montuori, giovanissimo architetto del team dei progettisti di Sabaudia.
Formato 170 x 240 mm
Pagine 276
Illustrazioni 311
Rilegatura brossura
Prezzo: 29

Raffaella Picello









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