
Sono passati più di quarant’anni dalla prima presenza di Mark Tobey alla Galleria Blu di Milano. Fu infatti nell’ottobre del 1968 che un’opera dell’artista americano comparve in una rassegna che aveva come titolo “L’Immortale” e che presentava importanti maestri internazionali come Arp, Ernst, Fontana, Goetz, Magnelli, Matta, Picasso.
Ora a Mark Tobey - una cui opera è attualmente presente nella mostra “Morphologie autre. Omaggio a Michel Tapié” in atto alla Blu fino ai primi di maggio - è dedicata una mostra personale che propone venti opere scelte, realizzate tra il 1953 e il 1972, negli anni di una maturità ormai piena. La prima comparsa di Tobey in Italia si era avuta alla Biennale di Venezia del 1948, cui sarebbero seguite altre presenze nelle esposizioni del 1956 e del 1958, edizione quest’ultima che gli valse il Gran Premio per la pittura. Un bel gruppo di suoi lavori facevano bella mostra di sé nel padiglione degli Stati Uniti assieme a dipinti di Mark Rothko e alle sculture di David Smith e Seymour Lipton. In quell’occasione, nel catalogo della Biennale, Frank O’Hara faceva lucidamente il punto sugli esiti fino a quel momento raggiunti dall’artista e parlava della sua pittura facendo riferimento alla sua “predilezione per la linea in opposizione alla massa” (la massa come elemento tipico della cultura e dell’arte dell’Occidente, la linea di quelle dell’Oriente) citando il confronto che egli aveva cercato con alcuni maestri della pittura orientale e che Tobey stesso riassumeva sottolineando di essere giunto “a scoprire da me stesso che si può ‘vedere’ un albero non solo in termini di luce e di massa, ma anche come linea dinamica”. Su questi presupposti si è poi sviluppata tutta la sua arte, segnata dapprima dalla “scrittura bianca” (la white writing), fondata sulla calligrafia orientale, e poi evoluta nella scrittura di colore, a volte in una costruzione spaziale densa e composita, altre volte in una semplicità grafica disarmante.
La mostra è accompagnata da un catalogo introdotto da un saggio di Heiner Hachmeister, del Comitato Mark Tobey di Muenster, che definisce Tobey “mediatore tra Oriente e Occidente” e sottolinea i “contatti” italiani del maestro americano, da quelli iniziali con Piero della Francesca e i suoi affreschi di Arezzo a quelli con Piero Dorazio, i cui “lavori degli anni ’50 - scrive - anche se alimentati concettualmente da fonti costruttiviste, sono stati senza dubbio influenzati da Tobey, almeno per quanto riguarda la loro superficie visiva”.

Raffaella Picello








