
Tra le protagoniste della vivace società ferrarese degli anni Trenta, la figura della pittrice Nives Comas Casati spicca per fascino ed estro creativo.
Avviata alla carriera artistica dallo zio Marcello Dudovich, cartellonista in voga attivo soprattutto a Bologna e Milano, Nives riveste sin dagli anni Venti un ruolo di primo piano nell’entourage culturale della città estense.
Animatrice di serate mondane, disegnatrice di costumi per balli e rappresentazioni teatrali, tra le quali il tradizionale Lodovico, l’artista s’inserisce nell’élite culturale radunata attorno alla redazione del quotidiano “Corriere Padano” e, in seguito, della “Rivista di Ferrara”. Alla guida di entrambi è Nello Quilici, direttore incaricato dal Ministro dell’Aeronautica Italo Balbo. Saranno loro a cooptarla nel 1933 incaricandola di ripensare in toto le manifestazioni del Palio di Ferrara, dalle parate ai costumi e alle insegne delle contrade, in vista delle celebrazioni del quarto Centenario dalla nascita di Ludovico Ariosto.
Quando Balbo cade in disgrazia presso Mussolini e questi ne predispone il “confino” nella colonia cirenaica, anche Nives è della partita assieme ai pittori Achille Funi, Mimì Quilici Buzzacchi, Galileo Cattabriga, agli architetti Gatti-Casazza e Gandini e ad altri esponenti del côtè artistico balbiano.
A Tripoli, ove si è trasferita col marito Emanuele Casati e la figlia Marisa, Nives riprende ad operare in veste di decoratrice, costumista, ritrattista e disegnatrice di richiamo. Il brusco risveglio si prospetta nel giugno del 1940 con la scomparsa di Balbo e Quilici nei cieli di Tobruk.
La pittrice è costretta a separarsi dal coniuge riparando da sfollata in Italia, ove trascorrerà tre anni prima di fare ritorno nella capitale libica nel 1944. Qui la produzione artistica della Comas Casati torna in auge fino al definitivo trasferimento a Roma nel 1957.
L’autrice Sara Accorsi ha saputo ricostruire con accuratezza di indagine storiografica e coinvolgente disinvoltura narrativa non solo la vicenda biografica, ma altresì il periodo storico che funge da sfondo alla fulgida esistenza di una delle donne più ammirate ed emancipate della Ferrara del suo tempo.

Raffaella Picello








