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Seconda Parte della Storia del parto nell'antichità

L'aborto era molto praticato...ma anche la cura della sterilità e ...

L’aborto era molto praticato ed in caso di fallimento dei metodi contraccettivi e abortivi, si ricorreva alla embriotomia endouterina. Eurifoe di Cnido cercava di ottenere l’aborto appendendo la donna ad una scala e scuotendola fino a farle espellere il feto.

Numerosi sono gli scritti sulla cura della sterilità.
Per accertare la fecondità della donna, Ippocrate descrive due metodi denominati “Prova del profumo” . Uno, acquisito dalla medicina egiziana, consisteva nel far bollire una testa di aglio e, fattone un pessario, vemva lasciato nella vagina della donna da esaminare per un giorno. Se compariva l’odore dell’aglio, significava che essa poteva concepire. L’altra «prova del profumo», in seguito ripresa da Aristotele, era la seguente:
«Se la donna non concepisce, e se volete sapere se può concepire o no, bisogna avvolgerla da ogni parte con lini o coperte e metterle sotto un profumo; se vedete che l’odore del profumo, penetrando nel corpo, si comunica al naso e alla bocca, siate certi che non è di per se sterile.»

Per combattere la sterilità furono escogitate numerose e complesse terapie, consistenti fondamentalmente nel provocare la dilatazione del collo dell’utero. Si consigliavano a tal fine lavande vaginali con acqua calda, associate all’applicazione di pessari ammorbidenti il collo dell’utero a base di resina, polvere di bronzo e miele. Le lavande venivano fatte con una zucca svuotata, di cui la donna introduceva il collo nella vagina. Altre volte, per ottenere la dilatazione del collo dell’utero, si ricorreva a fumigazioni, seguite dall’introduzione nel collo dell’utero di bastoncini di legno ben lisci e stondati, senza schegge, di dimensioni progressivamente maggiori, ben spalmati di olio.
Questi bastoncini sembrano anticipare di secoli i dilatatori di Hegar .
Il termine «pessario», molto usato negli scritti ippocratici sulla ginecologia, ha un significato diverso da quello che gli attribuiamo oggi. Si tratta, infatti, di tamponi vaginali di lana o di seta utilizzati per applicare sostanze medicamentose. Le lavande non erano limitate alla vagina, ma in certi casi erano previste anche vere e proprie iniezioni intrauterine. In un trattato ippocratico si legge infatti:
« ..si aprirà l’orifizio dell’utero, vi si inietterà vino aromatico».

Oltre all’esplorazione vaginale che, per alcuni storici, è stata eseguita per la prima volta da Ippocrate, i medici greci praticavano, molto verosimilmente, anche l’ispezione diretta della vagina mediante lo speculum. Questo strumento era già stato utilizzato dal chirurgo indiano Susruta alcuni secoli prima.

Nei libri ippocratici è anche descritto un discreto numero di malattie ginecologiche, dalle malposizioni uterine al prolasso, che veniva curato con la succussione sulla donna appesa a testa in giù, alle dismenorree, alle metriti, al tumore dell’utero. Per ognuna di queste malattie erano indicate terapie spesso complesse.

Nel periodo postippocratico raggiunse una discreta fama Erofilo, autore del “Libro delle levatrici”.
A questo si ispirò Sorano, considerato il padre dell’ostetricia antica. Erasistrato segnalò «emottisi supplettive» delle mestruazioni e in ostetricia considerò la possibilità della embriotomia endouterina in caso di malformazione fetale. Anche Cleopatra fece scrivere ai medici della sua corte, un trattato di ginecologia intitolato “Genesis”.

Negli scritti di Plinio il Vecchio si ha la prima descrizione di un taglio cesareo eseguito su donna morta. L’estrazione del feto da donna morta era imposta nella Roma antica della prima monarchia dalla “lex regia”. Galeno aveva affermato che il taglio dei muscoli addominali non era pericoloso. In antiche rappresentazioni è disegnato il taglio sul lato destro, ma anche centrale o sinistro.

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