Parte 2
L’attività politica
contraddistingue indubbiamente la vita di Dante, nell’anno milletrecento è ambasciatore a San Gimignano. Nella divisione politica fra bianchi e neri, Dante è un bianco e ottiene la nomina a priore. L’anno successivo il legato pontificio Carlo di Volois entra in Toscana allo scopo di sostenere i neri; Dante parte per Roma al fine di convincere il papa a mutare atteggiamento. Nel frattempo la città di Firenze finisce in mano ai neri, e soltanto a Siena, Dante scopre di essere stato condannato ad una forte pena pecuniaria, all’esilio per un biennio e all’interdizione perpetuta dai pubblici uffici; stoicamente il politico fiorentino rifiuta qualsiasi concordia e viene condannato in contumacia alla pena capitale.
Dante resterà esiliato per tutta la vita. E’ questa la storia di un uomo politico, che certo aveva già composto opere letterarie come il Fiore, e la Vita Nuova. Ma è negli anni dell’esilio (Verona-Lunigiana-Casentino) che l’uomo concepisce opere brillanti come il Convivio e il De Vulgari Eloquentia, un testo quest’ultimo ancora oggi di fondamentale importanza.
Verso il 1309 quando pareva imminente una discesa imperiale di Arrigo di Lussemburgo appoggiato dal pontefice romano, Dante, secondo quanto leggiamo, si illuse nella possibilità di un ritorno dall’esilio, ma ciò, si è detto, non fu, dato il cambiato atteggiamento romano e la fine dell’imperatore. Dante intrattiene allora rapporti di amicizia con Cangrande della Scala, vicario imperiale, quindi lascia Verona per Ravenna, dove muore nel 1321, lì sta la tomba. Nel frattempo aveva scritto la Commedia opera che, egli non poteva immaginare, lo avrebbe reso immortale.

Angelo Gambella








