La Commedia

un codice manoscritto medievale

L’appellativo divina apposto dal Dolce nel 1555 è da scartare. Esso si basa su un brano della biografia che un altro illustre letterato, il Boccaccio, stese su Dante. Dalla lettera a Cangrande, Dante chiama la sua opera, semplicemente, Commedia.

14.233 endecasillabi fanno la Commedia suddivisa in cento canti… in tutte le scuole d’Italia si insegna che la Commedia è composta da Inferno, Purgatorio e Paradiso. Esse apparirono, certamente, in successione.

La documentazione non scarseggia. Possiamo contare sulle impressioni dei primi lettori quali Francesco da Barberino e Giovanni Virgilio, fino ai versi trascritti da notai bolognesi. Evidentemente la diffusione della Commedia fu immediata e notevolissima, e sia nella versione scritta che in quella orale.

L’Inferno è iniziato intorno al 1307 ed avrebbe una prima diffusione negli anni 1313-14; prima del 1316 sarebbe composto il Purgatorio, fra il 1316 e il 1321 il Paradiso. Un opera dunque che impegna l’autore per lunghi anni. Della Commedia non possediamo l’archetipo ovvero un codice manoscritto dell’autore; il codice più antico pervenutici è posteriore di un decennio la morte del poeta.

Le letture di Dante. Il poeta riprende certamente la discesa di Enea al Tartaro e ai Campi Elisi, tratti dal libro VI dell’Enedie. Ovviamente la Bibbia è la fonte principale di Dante, il libro di San Daniele dall’antico testamento e l’Apocalisse del nuovo testamento, forniscono idee allo scrittore. A scorrere i testi che gli studiosi contemporanei rilevano come letti da Dante osserviamo come avesse una cultura varia, tanto da essersi ispirato pure a certi testi di derivazione irlandese comunque diffusi quali la Peregrinagatio Sancti Brendani e la Visio Tungdali.

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