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Katyn

Il titolo e la locandina non mi avevano entusiasmato, avevo l’impressione che fosse incentrato solo sulla guerra ma nel leggere la trama fuori dal cinema ho compreso che c’era qualcosa di più.

E’ un film che si tiene metà strada tra la rievocazione di un doloroso episodio storico e lo struggente racconto di un dolore familiare, che rappresenta perfettamente il dolore comune di tutte le famiglie in attesa del rientro dei propri cari dalla zona di guerra, quell’attesa dilaniante di non sapere che fine possa aver fatto il nostro caro, il desiderio di poter ancora stringere fra le nostre mani e custodire gli ultimi istanti di vita di un nostro familiare.

Nel 1939 la Polonia viene invasa dalle truppe di Hitler da una parte e dall’armata russa dall’altra, l’esercito polacco, senza colpo ferire, viene arrestato dai russi, ufficiali compresi. Tutti i graduati vengono portati nei campi di concentramento e tenuti prigionieri fino alla primavera del 1940, su ordine diretto di Stalin, la maggior parte degli ufficiali vengono uccisi con un colpo alla nuca e seppelliti in fosse comuni nella foresta di Katyn. I russi addosseranno la colpa del massacro sui tedeschi, solo nel 1990 ne ammetteranno la responsabilità.

Wajda racconta la storia attraverso gli occhi ed il cuore della moglie di una degli ufficiali che al termine della guerra dovrà prendere coscienza di quello che è successo ma dovrà tacere sotto quella cortina di silenzio che verrà fatta cadere sull’accaduto e chi cercherà di sollevarla rischierà il carcere.

Un film dal ritmo uguale, con ampi flashback ci racconta dall’inizio senza nascondere la realtà della storia, ci accompagna sempre di più alla consapevolezza che quello che ci viene presupposto all’inizio è estremamente tangibile alla fine. Wajda mostra nelle ultime scene tutta la crudeltà dell’evento storico, nella sua crudezza e nella sua metodicità d’azione, una macchina della morte che lascia lo spettatore in silenzio, per sottolineare la tragedia è perfetto il tempo di schermo buio con il requiem.

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