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La paleofotografia

L’invenzione della fotografia è la realizzazione di un sogno perseguito dagli artisti di tutti i tempi, quello di catturare la prospettiva nelle sue linee tangibili in forma automatica, offre i suoi primi passi agli artisti del vedutismo.

Il famoso Canaletto, attraverso la prima rudimentale camera ottica, cattura con esattezza le linee prospettiche, attraverso studi rigorosi preparatori, spesso correlati anche di misure e annotazioni sulle caratteristiche, mediante i quali l’artista predispone la struttura geometrica delle sue vedute.
La fotografia non è soltanto prospettiva, nella sua evoluzione tecnica storica diviene un mezzo espressivo estremamente accurato, la capacità di saper cogliere l’immagine e fermare il tempo è un sapiente aspetto di passaggio nella sua evoluzione, raggiungendo elevati tratti di emozionabilità che rendono unica quell’immagine.

La cosa che accomuna il passato ed il presente è la continua ricerca di saper catturare e di voler cogliere quell’esatto momento di luce che rende l’insieme dell’immagine un intero racconto, che si fissa all’interno della mente e del cuore, fino a giungere all’anima del nostro sentire.
Le prime ricerche su questa nuova tecnica incominciano già sul finire del ‘700, quando il progresso scientifico consente la messa a punto delle prime camere ottiche, antenata delle nostre attuali macchine fotografiche digitali,.

Consisteva in un sistema di lenti mobili (obiettivo) che proiettavano al proprio interno l’immagine capovolta del soggetto sul quale viene puntata, solo che al posto della pellicola o di un sensore elettronico, vi era una lastra di vetro smerigliato o un foglio di carta sul quale ricalcare l’immagine riflessa. Il modello più complesso di camera ottica consisteva in un specie di armadio trasportabile da due addetti come una sorta di portantina, mentre quello più semplice consisteva in una cassettina di legno di dimensioni simili ad una scatola di scarpe.

Nei primi decenni dell’800, il progresso della chimica permette lo sviluppo di nuovi materiali sensibili alla luce, che se opportunamente esposti e trattati, erano in grado di registrare qualsiasi variazione di luminosità e poiché ogni immagine proiettata sul vetro smerigliato altro non è che un fascio di luce, sostituendo il vetro con una lastra spalmata di qualche sostanza sensibile, si poteva ottenere che la luce si imprimesse sulla lastra, lasciando l’impronta dell’immagine colta dall’obiettivo.

Da questo momento nasce la fotografia.
Nel 1827 Nicéphore Niépce mise a punto il relativo apparecchio, una camera ottica al cui interno si trovava una lastra di peltro resa sensibile da un emulsione a base di bitume, la cui fotografia richiese ben otto ore di esposizione e rappresenta la prima immagine senza intervento umano.
A Louis-Jacques Mandé Daguerre si deve invece il brevetto nel 1838, con quella forma di rappresentazione fotografica detta appunto dagherrotipia consistente nell’impressionare con la luce di una camera ottica una lastra di rame argentata, precedentemente trattata con dei vapori di iodio, poiché l’argento così trattato tende a ossidarsi in presenza della luce, sulla lastra rimaneva impressa la scena al negativo.

L’impiego di Sali speciali di mercurio serviva a invertire l’immagine come nella realtà, e a fissarla, cioè a stabilizzare in modo definitivo i livelli di annerimento. Il limite dell’invenzione stava nel fatto che ogni fotografia risultava un vero e proprio originale e non era più possibile realizzarne delle copie.

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