Questo sito contribuisce alla audience di

Inedito di Yoshimoto Banana!!!!!!

L'inedito racconto da lei "regalato" il 3 Giugno al Festival della letteratura. Grazie mille Banana!( e grazie al Messaggero, da cui ho "scroccato" l'articolo ;-)



















    
Il segreto di Banana

di BANANA YOSHIMOTO

QUELLO che dentro di sé Tomo-chan aveva aspettato per almeno cinque anni, adesso stava per avverarsi.
L’uomo di cui era innamorata da tanto tempo sembrava ricambiare il suo interesse.
Tomo-chan si sforzava di mantenere la calma.
Però in realtà non è che nel suo intimo fosse così agitata.
Si sentiva semplicemente felice, felice che l’uomo di cui era innamorata avesse cominciato a scriverle spesso delle e-mail e a invitarla a mangiare insieme.
L’uomo di cui era innamorata lavorava in una ditta situata in un altro piano dello stesso edificio.
Di solito una donna che ha subito violenza diventa diffidente nei confronti degli uomini.
Ma Tomo-chan non lo era.
Quando aveva sedici anni, era stata invitata da un amico di infanzia, un ragazzo più grande di lei, a fare un giro in auto, e arrivati nei pressi del fiume tutt’a un tratto lui aveva fermato la macchina, l’aveva fatta scendere e l’aveva violentata. Ed era la sua prima esperienza di sesso! Ma ciò nonostante, Tomo-chan non riusciva a odiare quel luogo.
Il paesaggio che cambiava con le stagioni, il vento che soffiava, la sensazione di freddo della vecchia panchina su cui sedeva sempre, erano molto più forti di quel ricordo.
Naturalmente quell’uomo le era diventato odioso.
Che uomini e donne facessero sesso, naturalmente lo sapeva dai film, ma capì che se non c’era né attrazione né niente, non solo la cosa non era piacevole, ma diventava sgradevole e umiliante. Però, poiché a mettersi in quella situazione era stata lei, Tomo-chan si disse con calma: pazienza, è successo.
Perché fosse nato il suo sentimento per quel Misawa di cui era tanto innamorata, non avrebbe saputo dirlo nemmeno lei.
Lo aveva visto spesso nel bar che si trovava nel sotterraneo dell’edificio. Misawa non aveva per niente un aspetto attraente: uno spilungone sui quarant’anni, ormai quasi calvo e con molti peli sulle dita. Però Tomo-chan non riusciva a staccare gli occhi da lui. Nel guardarlo, si sprigionava da lui una dolcezza che non aveva niente a che fare col suo aspetto esteriore.
Tomo-chan era una che per fare qualsiasi cosa ci metteva molto tempo.
Solo per arrivare a trovarsi faccia a faccia con lui e scambiare un saluto, impiegò due anni.
In più, a pranzo Misawa spesso mangiava con la sua fidanzata.
Era una scena che a Tomo-chan dava una stretta al cuore. Perché i due sembravano andare molto d’accordo. La fidanzata di Misawa non si poteva dire una grande bellezza, ma era carina, alta anche lei, bel portamento, ciglia lunghe, grandi occhi e aria tranquilla. Anche se non parlavano molto, si sorridevano dolcemente.
“Sicuramente quei due si sposeranno. Beati loro…” pensava Tomo-chan.
Ma la cosa interessante del suo carattere era che, nel vedere la loro intimità, non era nemmeno sfiorata dal pensiero di intromettersi nel loro ménage.
Si limitava semplicemente a gioire del fatto che, a forza di incontrarsi così spesso, a un certo punto avevano cominciato a salutarsi, senza neanche sapere chi era stato a farlo per primo.
L’idea di rubare qualcosa a qualcuno suscitava in Tomo-chan un rifiuto quasi patologico.
Suo padre si era innamorato di una donna, e se ne era andato di casa, lasciando lei e la madre. Quella donna era una tipa poco simpatica, che all’inizio frequentava assiduamente la loro casa come segretaria del padre. Era molto affettuosa anche con Tomo-chan e si dava da fare per aiutare la mamma.
«Ci sono persone che per le cose degli altri farebbero veramente di tutto», diceva ridendo la mamma, quando la sua posizione era ancora solida.
Poi accadde che il babbo, durante una settimana bianca insieme ai colleghi dell’ufficio, si ruppe una gamba sciando e fu ricoverato in ospedale. Subito la mamma e Tomo-chan si precipitarono da lui in Hokkaido, ma nella sua stanza trovarono la segretaria che si stringeva a lui con il suo giovane corpo e singhiozzava. Aveva preso la mano del padre e se la premeva sulle guance.
«Non piangere così, dopotutto è solo una frattura», si schermiva lui, lusingato.
«Scusatemi, se ho pianto. Ero troppo scossa dalla preoccupazione», disse.
«È veramente attaccata al lavoro», commentò seccamente la mamma.
A Tomo-chan, quando faceva così, la mamma piaceva moltissimo. Le piaceva moltissimo, e traboccante di quel sentimento le strinse forte la mano. Ma lì in mezzo lei e la mamma erano come una nave che affonda inesorabilmente.
“Io cercherò un uomo che sappia dare importanza al calore vero, che sappia riconoscere queste commedie, perché esiste, ne sono sicura”, pensò Tomo-chan, imprimendosi in modo indelebile nella mente l’atmosfera insopportabile di quella stanza.
Ammesso che sia nella natura degli uomini perdere la testa quando gli si offrono giovani corpi di donna, lasciarsi trascinare fino al matrimonio era stata una debolezza del padre. La madre di Tomo-chan non acconsentì subito al divorzio. Disse che avrebbe aspettato tre anni, e che se non fosse tornato, avrebbe divorziato.
Durante quel periodo, la segretaria fece un bambino col padre. E non c’è alcun dubbio che lo fece mettendoci un impegno incredibile, con sforzi da dare il mal di capo, concentrando tutte le sue energie per confondere completamente le idee al padre.
Era stato in primavera che Misawa aveva cominciato a venire sempre a pranzo da solo.
Tomo-chan si accorse subito di quello straordinario cambiamento. Poi un giorno accadde quel fatto imprevisto.
Il ristorante era pieno, così Tomo-chan, Misawa e una coppia di suoi colleghi, si trovarono a dividere lo stesso tavolo.
«Mi dispiace, costringerla a stare un po’ stretta», disse Misawa a Tomo-chan. Lei sorrise dolcemente, in silenzio. Era naturale rispondere con un sorriso a delle parole così cortesi.
«Lei lavora nel campo dei viaggi, se non sbaglio», disse Tomo-chan.
Misawa annuì. Tomo-chan non si sapeva spiegare nemmeno lei quella sensazione di innamoramento: di lui le piaceva tutto, perfino i peli sulle dita, perfino le unghie troppo lunghe.
«Non conosce per caso un posto che potrebbe convincermi ad amare lo Hokkaido?», disse Tomo-chan.
«Ma è semplice, basta che si sposi con me e la porterò a Otaru, dove c’è la casa dei miei genitori!», rise Misawa.
A Tomo-chan sembrò che il cuore le saltasse dal petto, ma lui non sembrava per niente imbarazzato, e sorrideva tranquillamente.
«Io sono originario di Otaru. Naturalmente scherzavo, ma da noi ci sono davvero molti bei posti. Lo Hokkaido? Non le piace?».
«Veramente no. Ci sono stata una volta sola e ne ho un brutto ricordo».
«Se uno si allontana un po’, ci sono molti alberghi dalla vista splendida. Ci andrà con il suo fidanzato?», chiese Misawa.
«Veramente volevo portarci mia madre. Ma siccome è morta poco tempo fa, penso che ci andrò da sola. Ho la sensazione che se imparerò ad amare lo Hokkaido, questo aiuterà anche il suo spirito a trovare la pace», disse Tomo-chan.
«Come è morta sua madre?».
«Emorragia cerebrale. È stata una cosa improvvisa».
Nel ricordare quel momento, Tomo-chan sentì gli occhi riempirsi di lacrime.
«Ho capito… deve essere stata dura», disse Misawa. «La aiuterò a organizzare un bellissimo viaggio. Accidenti, parlo come l’impiegato di un’agenzia turistica. Ma del resto ne so più o meno quanto loro».
Tomo-chan fece sì con la testa.
Se ci andassi con te, lo Hokkaido mi piacerebbe di sicuro… queste parole le arrivarono sino alla punta della lingua, ma era ancora troppo presto per dirle.
Soltanto, immaginando se stessa che le pronunciava, il viso e il collo si fecero di fuoco, e questo è quanto.
“Perché io? Perché succede solo a me?”.
Anche adesso moltissime persone in ogni parte del mondo esprimono questo dubbio lacerante. Già, per loro Dio non fa nulla. Non è riuscito ad aprire gli occhi al padre di Tomo-chan, non ha mandato dal cielo un fulmine a impedire che Tomo-chan venisse stuprata, e anche quando piangeva tutta sola nel giardino dell’ospedale, non è apparso all’improvviso a circondarle le spalle con un abbraccio.
Eppure uno sguardo, che possiede una forza troppo modesta per potergli dare il nome di Dio, seguiva Tomo-chan in ogni momento. Non c’erano state calorose espressioni di affetto, né lacrime, né aiuti: semplicemente, quello sguardo aveva continuato ad accompagnarla, trasparente e invisibile, senza mai perderla d’occhio, mentre lei, con pazienza e cura, accumulava qualcosa di prezioso.
Aveva visto il padre subire il fascino della segretaria, visto il dolore di Tomo-chan, terribilmente ferita, che si rigirava nel letto senza trovare pace, e la sua schiena raggomitolata. Aveva diviso la sensazione dura e sgradevole del terreno che Tomo-chan aveva provato quando era stata sbattuta a terra dal desiderio del suo amico d’infanzia, nello stesso posto in cui avevano giocato da bambini, aveva visto il suo viso triste e incredulo dopo, mentre camminava da sola verso casa.
E anche quando la mamma era morta, perfino nel buio della notte più solitaria della sua vita, Tomo-chan era stata abbracciata da qualcosa. Dallo splendore di quella notte di velluto, dalla sensazione del vento che soffiava dolcemente, dallo scintillio delle stelle, dalle voci degli insetti, da cose come queste.
Tomo-chan, in una parte profonda di sé, lo sapeva. Perciò Tomo-chan non era mai stata sola, nemmeno per un momento.
(Traduzione di Giorgio Amitrano)

Link correlati