
L’arte del teatro giapponese.
In Occidente c’è una tendenza molto forte che porta a definire gli spazi tra le diverse forme d’arte quali la musica, la danza, la recitazione e le tecniche scenografiche che vengono in alcuni casi integrate anche se nate come forme indipendenti.
In Oriente, nello specifico in Giappone, questa tendenza viene totalmente capovolta; avremo quindi un integrarsi delle forme artistiche totale e la stessa danza fatta di gesti lenti ed essenziali potrebbe, presa da parte, risultare incomprensibile in quanto nata e concepita in un contesto più ampio che è quello teatrale.
Questo discorso vale anche per la musica infatti quando si ascolta un disco no o kabuki bisogna essere consapevoli del fatto che si tratta di musica che non è stata concepita per essere semplicemente “ascoltata”, ma per essere gustata all’interno di uno spettacolo che comprende anche la recitazione, danza e scenografia. (Naturalmente ciò vale anche per l’ascolto dei dischi di alcuni generi di musica occidentale come l’opera lirica, il balletto o la colonna sonora di un film, con la differenza che solitamente, in tal caso, siamo perfettamente consapevoli del rapporto tra la registrazione e l’opera originale, mentre nel caso dell’arte giapponese in senso più ampio, questo potrebbe non essere evidente.
Privati del loro contesto teatrale, questi generi possono risultare ostici e noiosi; per questo motivo, presi da parte, vengono proposte parti scelte piuttosto che come integrali. )
Si ringrazia Barbara Uncinotti
L’anima del teatro No.
Antichissima forma di teatro, il No, come la tragedia greca, affonda le sue radici nell’essenza stessa della religione.
Per capire meglio questo concetto si può far ricorso ad una storiella che da sempre circola tra gli attori del teatro no. “Un giovane praticante segue una vecchia signora per la strada. Quando la donna si volta e gli chiede il perché di quel comportamento, il ragazzo le spiega che dovrà assumere il ruolo di una vecchia in un dramma no e vuole perciò studiare i suoi atteggiamenti. Allora la vecchia, proprio come certi misteriosi personaggi di sapienza soprannaturale che compaiono in questo tipo di teatro, lo ammonisce che per diventare un grande attore non dovrà osservare assumere la sua voce e le sue posture, ma dovrà riuscire a rappresentare una vecchia con gli strumenti che troverà nel suo cuore”.
Questo aneddoto illustra bene l’anima del no, che a differenza del kabuki, l’altro grande genere del teatro giapponese, rifugge da ogni effetto “naturalistico” e mimetico, per comunicare, attraverso un agire scenico altamente simbolico, un’intensità emotiva cui nessun dramma realistico potrebbe mai aspirare.Il no è in sostanza una forma di rappresentazione aristocratica e spirituale. Il suo fine è svelare un’emozione, un nodo psicologico di portata universale. Sulla scena verrà espresso l’uomo nella sua essenza svuotato di tutto ciò che è futile e materiale.
Parole, musica e danza per la catarsi.
I temi di questo dramma lirico, che si rappresenta ancora oggi esattamente come sette secoli fa, sono i sentimenti archetipici del genere umano: l’amore filiale o coniugale, lo strazio di una madre per la morte del figlio, la gelosia divorante e distruttiva, il dolore di un amore non corrisposto. Insomma, la condizione preliminare è sempre quella di un’ossessione, una cupa zona d’ombra che tormenta la coscienza del protagonista (shite) generando disgrazia e malattia. A innescare il processo liberatorio è sempre la comparsa si una figura estranea alla vicenda (lo waki), spesso un prete buddista, che sa partecipare del dolore dell’altro senza lasciarsene coinvolgere fino in fondo. È lui a condurre il personaggio al culmine, facendogli rivivere in una sorta di flash-back psicanalitico gli eventi che lo hanno fatto precipitare nella disperazione.
Teatro come cerimonia.
L’uso della maschera, la metrica, la danza, il commento del coro assimilano il no alla tragedia greca. Il primo no era rappresentato nei recinti dei templi shintoisti, evoluzione di una pantomima sciamanica che illustrava il manifestarsi agli uomini del dio. Solo all’inizio del XV secolo si aggiunsero l’elemento buddista della salvazione e la danza guerriera, e sotto l’influsso dello zen il genere venne ad assumere quella profondità che lo ha reso immortale.
da Giappone

Angela Picciafuochi









minchione
21 Nov 2010 - 15:12 - #1tutte cazzate…