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Natsuko e Giovanni

Il Giappone e l'Italia si incontrano anche così...

Natsuko, una bella giapponese di 34 anni laureata in arte, e Giovanni, italiano di 42 anni, imprenditore. Si sono conosciuti nel 2000, l’anno del Giubileo; un anno che gli ha cambiato la vita. Natsuko è stata battezzata ed è diventata cattolica. Tutto per ‘colpa’ dell’amore, o del destino.

Il fascino della diversità
Natsuko e Giovanni si sono conosciuti durante una vacanza che Natsuko ha fatto in Italia, in compagnia di una sua amica, fidanzata con il fratello di lui (conosciuta in Giappone, dove il ragazzo viveva e studiava). Una storia cominciata subito, divertente soprattutto perché dovevano trovare un linguaggio comune. Hanno scelto l’inglese. Oggi, dopo quasi sei anni, Giovanni non può fare altro che dichiarare divertito: “Il mio inglese faceva schifo, ma alla fine siamo riusciti comunicare. Poi lei ha imparato l’italiano, ma ancora adesso la sera legge il vocabolario”. “É vero - conferma leggermente imbarazzata Natsuko - la lettura del vocabolario italiano è diventata un’abitudine”. “Ero attratto da lei – racconta Giovanni – perché era così diversa, il suo modo di comportarsi era diverso… Portava con se un altro mondo. Probabilmente, è colpa anche della mia curiosità tutta napoletana. Per noi la diversità è una ricchezza, una realtà da scoprire, da conoscere. Non credo che i napoletani, con la loro storia, possano essere razzisti, forse esistono solo persone ignoranti o stupide”.
Il matrimonio
Natsuko e Giovanni si sono sposati dopo un anno. “Cosi abbiamo accorciato molto i classici tempi del fidanzamento italiano”, scherza Giovanni. All’inizio i genitori di Natsuko non erano d’accordo: a causa della lontananza, per il fatto che non conoscevano il suo fidanzato, non sapevano niente della sua famiglia. Così, prima del matrimonio, sono andati tutti due in Giappone dove lui è stato presentato ai futuri suoceri, in un viaggio organizzato e pagato dai genitori di lei: quasi una luna di miele fatta prima delle nozze. “Un itinerario bellissimo”, ricorda Giovanni.
La fede cattolica
Con il consenso dei genitori di Natsuko sono ritornati in Italia e hanno cominciato i preparativi per il matrimonio: tradizioni napoletane e bomboniere portate dal Giappone. “Ci siamo sposati in Comune e in chiesa - continua Natsuko – dove abbiamo voluto una cerimonia mista, tra un credente ed un non credente. I giapponesi non sono religiosi come i cattolici italiani, che battezzano i bambini appena nati. Io non ero credente. Poi, ho cercato di conoscere il cattolicesimo e così, dopo la nascita della nostra prima figlia, Nicole Yuki, ha deciso di battezzare lei e di ricevere anch’io il sacramento. Sono diventata cattolica. Ora mi sento più vicina a loro, alla mia nuova famiglia e alla vita delle nostre figlie”.
Nicole Yuki e Maria Saya
Mentre si raccontano, Natsuko e Giovanni si fermano per accudire una o l’altra delle bambine, Nicole Yuki e Maria Saya. Ognuna ha due nomi, uno occidentale e uno giapponese, così il legame tra le due culture diventa ancora più forte. Nicole Yuki ha tre anni, Maria Saya un anno e cinque mesi. L’incontro tra i due mondi si nota non solo nella scelta dei nomi, ma anche nella bellezza perfetta dei loro tratti. “Dopo la nascita di Nicole – racconta Natsuko - siamo andati in Giappone per farla conoscere ai nonni. Siamo tornati anche alla fine dell’anno scorso e siamo rimasti per festeggiare il Capodanno in Giappone. Nicole parla l’italiano e conosce molto bene anche il giapponese e i miei genitori sono felicissimi di parlare con lei nella loro lingua”.
Due figlie, due lingue
“Io parlo con le bimbe sempre in giapponese – spiega Natsuko – ma qualche volta mi trovo in difficoltà perché quando ci sono altre persone della famiglia sembra scortese. In questo modo, però loro hanno imparato anche l’altra lingua. Maria è ancora piccola, ma Nicole quando ha cominciato a parlare lo faceva contemporaneamente in italiano e in giapponese”. Il padre le parla in italiano e la madre in giapponese. La bambina risponde con l’uno o l’altro a seconda dei casi. “Anzi – racconta la mamma - se io parlo in italiano, lei mi corregge e mi chiede come mai”.

 

Le mentalità, il difficile passaggio tra culture
Adesso Natsuko ha trovato una tranquillità interiore, ma si ricorda bene che all’inizio non è stato facile. “Piangevo sempre – dice - tutti i giorni. Non è che volessi tornare a casa, lasciare Giovanni. Piangevo per la nostalgia, mi mancavano i miei genitori, la malinconia era fortissima. Non sapevo che fare: non parlavo bene, non riuscivo a farmi capire, non potevo spiegare quello che sentivo veramente. Tutti mi chiedevano quale fosse la ragione della mia sofferenza, perché piangevo; dicevano che, comunque, ero rimasta in Italia per la mia scelta, che nessuno non mi aveva obbligato. Ma non era questo il mio dolore”. Era il passaggio in un’altra società. “In Giappone – spiega Natsuko - per comprare qualcosa in un negozio, vai, prendi e paghi, certe volte non hai neanche il bisogno di parlare. Qua invece devi chiacchierare, dire buongiorno, chiedere ‘come stai?’, se va tutto bene. A volte non me la sento e così vado a fare la spesa al supermercato, dove non devo parlare con nessuno. So che può sembrare una sciocchezza ma per me non lo è”. Giovanni la capisce e la sostiene. “In Giappone – spiega - non esiste più il negozietto, sono tutti ipermercati megagalattici. Noi siamo ancora abituati ad andare in salumeria, in macelleria, dove ti conoscono e se sei un cliente fedele ti trattano bene”.

L’ostacolo numero uno: la lingua
Per arrivare a fare la spesa, però, Natsuko ha dovuto prima superare ostacolo principale: la lingua. “Per me – continua - l’italiano era una lingua molto difficile, credo che abbia una delle grammatiche più complicate che esistano. E poi ci sono tutti questi modi di dire, tutte quelle sfumature di significato… Per me era impossibile conoscere tutte le accezioni delle parole. Io faccio caso anche alle espressioni con cui si dicono le cose. Ad esempio: gli italiani dicono “vuoi venire a casa mia?”. In Giappone, invece, si usa dire “puoi venire a casa mia!”, perché significa che mi fa piacere ospitarti, la mia casa è aperta per te”. Giovanni in proposito racconta: “Spesso abbiamo discusso per questo motivo: lei diceva una cosa e io ne capivo un’altra. Io dicevo qualcosa e lei capiva il contrario e ci restava male. Una parola che per me era offensiva, per lei non aveva lo stesso valore”.
Abitudini italiche
Un’altra cosa con quale Natsuko ha dovuto abituarsi è stato il modo nel quale funzionano gli uffici in Italia. “Lei all’inizio – racconta Giovanni - criticava la posta o la banca, perchè da loro quando entri in un ufficio c’è subito qualcuno che ti chiede cosa devi fare e vai direttamente al sportello. Qui, invece, notava che al Comune, ad esempio, gli impiegati prendono il caffè, fumano… In Giappone una cosa del genere è inammissibile”. Natsuko conferma: “È un fatto incredibile. Chi lavora in banca o alla posta non può o fumare davanti ai clienti. Deve lavorare, semplicemente”. Ma non tutto il cambiamento è stato traumatico. Sono tante le cose che funzionano benissimo, come la cucina. “A me piace molto la cucina italiana - ride Natsuko - mi piace la pasta con pomodoro, il ragù. Però cucino spesso anche dei piatti giapponesi, riso in bianco e il pesce”.
Il futuro
“Spero di poter cominciare a lavorare, perché ci sono abituata, l’ho sempre fatto. Ma non mi lamento, mi piace fare la mamma a tempo pieno”, confessa Natsuko. La soluzione per il suo futuro lavorativo l’ha trovata già Giovanni: “Le bambine hanno bisogno della mamma e so che per lei è dura uscire la mattina e andare a lavoro. Ma nella mia società potrebbe lavorare come designer. Potrebbe curarne l’immagine, occuparsi della parte grafica. Mi ha dato una mano anche quando abbiamo creato il logo per il nostro sito internet” .
Il fascino dell’Oriente
Con i suoi modi educati, con la sua dolcezza, Natsuko si è fatta amare e apprezzare da tutti. Giovanni lo dice orgoglioso: “Grazie a lei sono cambiato molto. Natsuko è diventata amica di tutti, molto più di quanto lo sono io. Abito in questo parco da 30 anni ma la mia famiglia è stata sempre abbastanza riservata. Da quando c’è lei, saluto persone che non avevo mai salutato prima. Ora tutti si avvicinano alle bambine, si comincia a parlare, ci si saluta”.

 

Preso da http://www.ilpassaporto.kataweb.it/index.jsp (il giornale dell’Italia multietnica)

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