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L’alunno, questo sconosciuto

Cosa vuol dire essere alunno.

Diversamente dai pedagogisti e dagli insegnanti di sostegno, i normali docenti sanno poco, o sono del tutto all’oscuro, di psicologia del bambino e dell’adolescente .
Se poi guardiamo le cose in una prospettiva più ampia, scopriamo che uno degli errori fondamentali dell’istituzione scolastica consiste in un vero atto d’incomprensione.
Infatti, nel suo essere provvisoriamente un alunno, il bambino non cessa mai di essere quello che è, ossia il latore di bisogni psichici insopprimibili; l’esigenza di efficacia personale e di prestigio, di coinvolgimento attivo e produttivo all’attività svolta, di socialità, di competizione, di accettazione e rispetto, di guida ferma e rassicurante, di empatia e d’intimità dialogica.
Piaget considera riduttivamente l’affettività come l’energetica dei processi cognitivi. Come dire che essa è ridotta al ruolo di semplice combustibile dell’attività di conoscenza, che è concepita come il vero scopo della vita psichica, l’assoluto della dinamica spirituale.
L’informazionismo, dal canto suo, ha il vezzo di descrivere le persone come se fossero delle centraline telefoniche ambulanti, al cui interno si dipana un incessante fluire di informazioni.
Ma, anche in questo caso, non si capisce intorno a quali scopi esse anche in questo caso, non si capisce intorno a quali scopi esse siano incentrate, al di là, supponiamo, almeno delle elementari necessità fisiologiche.
Per gli informazionisti, infatti, l’unica cosa che fa testo è il codice comunicativo, che essi considerano come il regolatore della condotta.
Che, poi, tale codice sia o meno in grado di soddisfare i bisogni profondi di quelli che comunicano fra di loro non scompone minimamente questi bravi signori , per i quali in ogni caso contano solo le informazioni e le regole di comunicazione.
Proprio perché si figurano l’essere umano come se fosse un robot privo di bisogni e passioni conseguenti; una sorta di agglomerato informatico guidato dalle impressioni apprese dall’esterno , e condizionato dall’esposizione ripetuta agli stimoli , i quali, unici, sarebbero i responsabili di ciò che uno pensa o fa.

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