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Una brutta ferita

Una brutta ferita

Intorno al 1700, quando nel Giappone cominciarono a sorgere le principali città, alcuni quartieri furono il centro di una delle più raffinate e spettacolari evoluzioni dell’arte del tatuaggio.Questi quartieri che presto furono chiamati proibiti, erano frequentati da gente di ogni ceto sociale e i maestri tatuatori che ci lavoravano spesso avevano a che fare con le prostitute che lavoravano anch’esse in quei quartieri, e con i loro clienti che a volte diventavano i loro amanti: una volta diventati amanti usavano tatuarsi un pegno d’amore chiamato Irebokuro.

Questo pegno consisteva nell’incidersi un punto tra la base del pollice e il polso, in modo che quando i due innamorati si tenevano per mano la punta di ciascun pollice andava a toccare il punto tatuato dell’altra mano. Anche questo pegno si evolse col passare del tempo, da due semplici punti si passò alle iniziali della persona amata, brevi frasi d’amore tatuate sulle mani, sulle braccia e sulla schiena; il tatuaggio quindi diventò un mezzo per esprimere sentimenti e sofferenza, amore e affetto, come a simboleggiare lealtà e fede nei rapporti tra uomo e donna nei quartieri del piacere.

Ma a volte l’amore tra i due finiva e le prostitute, purtroppo, tornavano a lavorare nei quartieri proibiti e per “cancellare” il loro pegno d’amore ricorrevano a svariati metodi. Il più diffuso era l’effettuare delle bruciature con la moxa, un’erba che, bruciando molto lentamente, provocava un‘ustione che portava via il disegno, lasciando una cicatrice. Il tatuaggio é stato usato anche come marchio di infamia e di punizione per le prostitute (Irezumi) ma forse nessuna di loro sceglieva quella vita, fatta di umiliazioni e delusioni che laciavano molto di più di una semplice cicatrice, ma ferite profonde..