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La menzogna: al Teatro Argentina Pippo Delbono tra incubi sociali e ricordi privati

La recensione del nuovo spettacolo dell'artista ligure dedicato alla tragedia della Thyssen Krupp dopo il debutto a Roma

La menzogna - Pippo Del Bono

“Scoprire la menzogna che è dentro di noi”, con queste parole in un’intervista rilasciata prima del debutto dello spettacolo a Moncalieri, Delbono spiegava il titolo e l’idea fondante della sua ultima opera. E’ un percorso al contrario quello dell’artista ligure, parte dal sociale, dalla tragedia che ha scioccato una nazione intera, per arrivare nel privato, nelle più profonde cavità del suo essere.

C’è chi lo accusa, cosa che effettivamente succede spesso ai grandi, di avere trovato una cifra stilistica adattabile a qualunque idea, una forma che può avvolgere qualunque contenuto e rimanere sempre uguale, c’è chi lo accusa di prendersi gioco del dolore e infine c’è chi vorrebbe capire di più, capire qual è il nesso della tragedia della Thyssen con lo spettacolo che ha debuttato ieri all’ Argentina, eppure il nesso c’è, è proprio quel percorso che si arrampica nel privato.

In questo modo si può comprendere qualcosa almeno dell’ intento di un’opera performativa che non si affida alla narrazione, bensì a quello che con Kantor si chiamava “la costruzione delle emozioni”.
Il punto di partenza è la morte dei sette operai nell’acciaieria della multinazionale tedesca, la scenografia è un insieme di scale, praticabili, reti e ringhiere che sintetizzano in maniera convenzionale i ponteggi delle fabbriche, a destra gli armadietti di ferro degli operai. I primi dieci minuti sono gelidi, gli operai entrano, si cambiano i vestiti e riescono, il tutto nel più assoluto silenzio. Il dato reale di partenza, si fa ancora più evidente quando uno dopo l’altro vengono proiettai i video di Padre Alex Zanotelli (con un pessimo audio e troppo lungo) e di una pubblicità della Thyssen, ma la realtà si infrange in un incubo nero, la fabbrica diventa un bordello da Terzo Reich, intanto Delbono inizia la sua personale battaglia col pubblico, si aggira per la platea, guarda in faccia gli spettatori e li fotografa con tanto di flash. Entra in scena un prete, chiude gli operai negli armadietti-bare. Ma è sempre lui a decidere i tempi della macchina teatrale, è lui l’artefice magico, regista e attore, è Delbono con una risata mefistofelica a spezzare il silenzio, in pochi secondi sul palco torna il delirio, gli avventori del bordello iniziano ad ululare come cani, finchè lo stesso regista riconquista il proscenio guarda gli spettatori e dà la pausa, ma “solo qualche minuto e mi raccomando non uscite dalla sala”.

Ragionare è difficile, trovare il filo di ciò che è giusto e sbagliato, impossibile. Bisogna lasciarsi emozionare, senza paura assistere al momento dell’incendio, con gli attori che esasperano le posizioni convenzionali, creano una macabra danza, poi la morte reale, un uomo disteso in scena con la sua sofferente magrezza e il caschetto da operaio, l’essere umano è sovraesposto. Come il pubblico è visualizzato e fotografato centinaia di volte, anche il corpo dell’attore sul palco è violato, schernito, venduto, offerto, sacrificato. Ogni simbolo viene creato e poi distorto, così sul ponteggio della fabbrica appare Giulietta e il suo monologo da sommessa richiesta d’amore diventa un urlo, nella reiterazione delle parole di Shakespeare il verso viene urlato al cielo, diventa un grido d’aiuto.

Nel finale si approda al privato, il cerchio si chiude con Delbono che si spoglia, ma con il suo corpo nudo dona anche la verità che sta dietro la sua menzogna, la verità presente nel ricordo. E’ la menzogna che nascondiamo tutti, sin da quando eravamo bambini.

visto alla prima del 10 marzo
in scena fino al 22 marzo 2009
durata 1,30 h
Teatro Argentina
Roma

prossime date:
26 - 29 marzo Teatro Comunale, L’Aquila
15 - 26 aprile Teatro Mercadante, Napoli
21 maggio Teatro Politeama, Cascina (Pi)

Andrea Pocosgnich
andpcs@gmail.com

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