
Avete tempo fino al 24 maggio per acquistare un paio di biglietti al Teatro Vascello e godervi lo spettacolo diretto e ideato da Carmen Giardina che, dopo il successo dell’anno passato, ha “ridebuttato” ieri sera (12 maggio).
Non ne sarete delusi perché God save the punk è una sorpresa, è un teatro esperienziale, inatteso. Lo spiazzamento opera sin dall’inizio: quando il pubblico entra in sala trova lo spazio scenico invaso da chitarre e amplificatori, cosa naturale direte voi per uno spettacolo che deve raccontare il Punk, ma poi ci si accorge che sulle pareti vi sono proiettate immagini esplicitamente gotiche, fatte di croci e cimiteri al tramonto.
Solo quando i tre attori, con la musica di My Way (altro spiazzamento), suonata da un organo, entrano in scena e iniziano il loro racconto, capiamo che si tratta di un funerale, è il funerale di un loro amico, ma è anche il funerale del Punk. La morte d’altronde è un’ ombra costantemente presente nella narrazione che Carmen Giardina, Marco Odino e Aldo Vinci hanno creato ispirandosi al libro Please Kill me di Legs McNeil e Gillian McCain.
L’efficacia dello spettacolo sta proprio nell’organizzazione del materiale drammaturgico, l’epopea tragica di quello che non fu solo un genere musicale, ma soprattutto un fenomeno culturale, è narrata in maniera sconnessa, non lineare, la cronologia è rispettata, ma i tre attori (esemplari nell’esecuzione di una comunicazione soprattutto fisica) passano da un personaggio all’altro più volte, lasciano il filo di un discorso per riacciuffarlo dopo vari minuti. Si comincia dalla culla a stelle e strisce, da una sottocultura giovanile che rifiuta, a fine anni ’60, tutto il movimento hippy e, come dicevano i New York Dolls, vuole “riportare il rock per le strade”. Intanto sui due pannelli, uno orizzontale sul fondale e uno verticale, un continuo blob di immagini storiche anima la struttura visiva dello “show”: filmati, fotografie, cartoni animati e pagine di giornali creano una narrazione parallela a quella recitativa degli attori. Sempre dagli States arrivano i Velvet Underground di Lou Reed, la follia corporale di Iggy Pop e i Ramones, ma la storia musicale si intreccia con la parabola dannata: l’uso senza regole di qualunque droga e alcol, la violenza, la condanna a morire giovani. Come accadde al ventunenne Sid Vicious dei Sex Pistols, simboli immortali dell’affermazione britannica del Punk.
Ai momenti tragici si alternano anche altri più ironici, ma teatralmente altrettanto riusciti, come il racconto di quando Iggy Pop, per la prima volta, salendo sul palco dopo l’ennesima sbornia di alcol e droghe, invece di aprire la bocca per cantare, inonda il pubblico in un conato di vomito, momento raccontato con un flash, con un fermo immagine quasi cinematografico: L’Iggy Pop di Fabio Gomiero rimane bloccato con il corpo in avanti e le guance gonfie.
Gli attori spesso si avvicinano a un microfono che hanno al centro del palco, come se fossero lì per cantare, ma in quell’attimo sospendono un’azione che sarebbe ovvia, che forse molti si aspettano, l’atmosfera si corrompe di una bellissima inquietudine e, passata quella frazione di attimo, con la quale hanno già comunicato tutto, invece di cantare recitano, ma è come se cantassero. E’ in uno di quegli attimi di contrazione della macchina teatrale in cui Lou Reed/Enrico Salimbeni sussurra al microfono “Bisognerebbe morire per il rock!”, oppure Patty Smith/Nicole de Leo recita “Gesù è morto per i peccati di qualcun altro non per i miei”.
Visto alla prima del 12 maggio
in scena fino al 24 maggio 2009
Teatro Vascello
Roma
God Save The Punk
Ideazione e Regia Carmen Giardina
Elaborazione drammaturgica M. Odino, C. Giardina, A. Vinci
Videomaking e Digital-Scene Sergio Gazzo
Costumi Eva Coen
Musiche a cura di Pivio&Aldo De Scalzi
Collaborazione alla regia e organizzazione generale Aldo Vinci
Aiuto regia e organizzazione Anna Contieri
Con Enrico Salimbeni, Nicole de Leo, Fabio Gomiero
Andrea Pocosgnich
andrpcs@gmail.com
Cliccando sulle immagini si accede alla fotogallery

Andrea Pocosgnich


















