Scarti: al Teatro Argot

Recensione. La coppia Montagna - Diele diverte e fa pensare, con un testo di Paolo Zuccari, è in scena fino al 28 giugno e racconta con ironia i sogni e le frustrazioni di due giovani attori

Scart Potrebbero essere alabardieri per tutta la vita, e lo farebbero bene, si descrivono come tra i migliori d’Italia e sul mercato sarebbero ricercatissimi, potrebbero rimanere comparse in spettacoli shakespeariani per sempre. Ma purtroppo per loro quell’unico quarto d’ora che gli permette di vivere i propri personaggi lo devono affrontare in silenzio, senza battute, immobili mentre lui, l’epicentro artistico, il mitico Amleto, muore. Dunque è anche verosimile che dopo tre anni di amleti vari, fatti di attese insopportabili dietro le quinte, di nottate passate a sognare una parte con un minimo di importanza, almeno con qualche battuta, è anche comprensibile che ci si fermi un momento.

E’ quello che accade ai due attori di Scarti, testo di Paolo Zuccari scritto più di dieci anni fa. Domenico Diele e Francesco Montagna hanno ripreso la commedia in atto unico e l’hanno portata al Teatro Argot per 6 repliche, saranno in scena fino al 28 giugno, nell’ambito di Argot Off, una rassegna che vede protagonisti giovani compagnie e artisti.

Non fatevi ingannare dal titolo, “scarti” non è un autolesionista giudizio di merito sullo spettacolo stesso o sulla prova dei due attori, bensì è il titolo di un nuovo testo che i due alabardieri vorrebbero scrivere. I due personaggi, interpretati con ironia e bravura da Montagna e Diele sono dietro le quinte dello spettacolo nel quale devono fare la solita e svilente comparsata, questa volta è un Amleto contemporaneo, in scena ci sono le loro cianfrusaglie, è un tipico dietro le quinte, si vedono le entrate nella grande sala che in quel momento accoglie decine di attori per uno shakespeare dove i soldati sono vestiti con elmi fatti con palloni da calcio, corazze con tappi di bottiglia e calzamaglie fosforescenti (ironici e funzionanti i costumi di Anita Ferri e Isabella Faggiano), è in questo contesto che le loro frustrazioni emergono. E’ l’alabardiere “A”, Domenico Diele, a essere il motore teorico dell’azione, è lui con un piglio degno di un novello Artaud a tracciare le linee di un nuovo teatro. Stanco dei cliché di una scena arricchita fino all’inverosimile, piena di attori, oggetti ed effetti speciali, immagina un palco vuoto, addirittura senza sedie. Se l’attore marionetta delle teorie care al vecchio Craig è morto, l’attore interprete, con i suoi atletismi laboratoriali alla Grotowski, ha stancato e i grandi registi non esistono più, qual è la nuova figura che si profila all’orizzonte? Secondo gli alabardieri sarebbe un attore-drammaturgo, ovvero un nuovo soggetto capace di scrivere e recitare i propri testi. Tentano così anche l’improbabile via della scrittura che li porta a una poltiglia surrealista più contorta di un dramma di Witkiewicz, con la differenza che il pittore e drammaturgo polacco abbandonava coscientemente la logica, mentre i due ci arrivano per caso e con l’obbiettivo di sorprendere il pubblico attraverso veloci “scarti” del pensiero.

E’ chiaro che la trovata dell’attore-autore non ha più nulla di rivoluzionario, è stata una delle tappe dei grandi teorici del teatro (tra primi proprio Gordon Craig) ed è pratica necessaria della scena contemporanea, ma c’è un’ironia, ben giocata da Montagna e Diele che diverte. E poi c’ è l’amarezza, la condizione dell’attore nella sua più sfortunata forma, la comparsa; tutto questo determina nello spettatore la creazione di un pensiero autonomo di fronte a un finale che non risolve, ma lascia la questione aperta.

in scena
fino al 28 giugno 2009
Teatro Argot
Roma

Andrea Pocosgnich
andrpcs@gmail.com

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