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Insegnare a scrivere?

Bisognerebbe fare prima un migliaio di precisazioni almeno. Ne basterà una. Se prendessimo un campione di dieci persone, cinque direbbero che non si può, cinque direbbero che si può. Come insegnare a dipingere? Magari anche più faticoso. Scrivere è un esercizio complessivo.

E’ ovvio che esistono tecniche narrative, così come esistono tecniche pittoriche, ma poi scrivere bene e dipingere bene sono altre cose. Occorrono anche le tecniche narrative e pittoriche, certo. Ma non possono mancare: una visione infallibile delle cose, un certo spirito tragico o comico, ma comunque individualissimo, un notevole bagaglio culturale, ecc. ecc.

Anche gli scacchisti sanno bene che esistono libri sugli scacchi, ove si spiegano le tecniche per ben giocare, ma poi scrivere bene, dipingere bene, giocare a scacchi bene è questione di esercizio, di quella strana qualità che viene quotidianamente chiamata “talento”. E’ questione di intelligenza e di cultura. Ora, se l’uomo potesse disporre di un tempo infinito davanti a sé, accetterei la sfida: penso che saprei dimostrare che dall’intelligenza al senso dell’equilibrio dimostrato dal funambolo che passa sull’arena del circo a quindici metri d’altezza, tutto è questione di esercizio, di accumulo di esperienza, di tentativi riusciti (quindi premianti) e di tentativi falliti (dunque penalizzanti).
Dal momento che l’uomo - per sua sfortuna e per suo destino - dispone di un tempo limitato e di questo tempo ben poca parte, in concreto, può dedicare al miglioramento di sé e delle proprie capacità, le inclinazioni e i talenti continuano ad avere un certo peso, anche considerevole. Ma – e concludo questa fin troppo lunga premessa – come si vede a scuola e poi nella vita, scrive meglio (dipinge meglio, ha comportamenti più intelligenti, e via così) chi arriva a quarant’anni dopo aver fatto il giornalista o lo scrittore per venti, a paragone del suo compagno di liceo che prendeva quattro voti più di lui nelle prove di italiano, ma poi ha deciso di fare il dentista. Tutto questo sproloquio per che cosa? Intanto per giustificare quello che stiamo per fare: come è ormai uso di scuole importanti e consolidate (da Baricco agli Stati Uniti d’America), vogliamo provare a insegnare ciò che per troppo tempo si è creduto di non poter insegnare. Potevamo dire: altri lo fanno e tanto basta. Volevamo, invece, dire che crediamo a questo tipo di insegnamento.
C’è, poi, un’altra ragione a sostegno dello sproloquio. Se ne estrae, infatti, la prima regola essenziale: il valore dell’esercizio. Esercizio indefesso e costante. Volete imparare a scrivere bene? volete imparare a dipingere bene? volete imparare a suonare bene uno strumento? Imparate ad ostinarvi, a volerlo fortemente (ma così fortemente da non provare nemmeno dolore nello sforzo, da cancellare persino il concetto e l’idea dello sforzo). Si dice che Paganini fosse diventato Paganini, oltre che per un talento misterioso, passato alla leggenda come diabolico, per gli studi che aveva fatto. Paganini aveva studiato il violino come nessun altro. E così la sua scuola. La prima regola, la regola di oggi, sarà quindi una regola di scrittura per modo di dire: non stancatevi mai a scrivere e scrivete, scrivete, scrivete. Se siete scrittori alle prime armi, se siete scrittori – diciamolo pure, queste devono essere conversazioni franche, non turbate da falsi timori né da pruderie – “scarsi”, su dieci pagine che scrivete ce ne sarà una buona! No, nemmeno una? Allora su venti pagine che scrivete, ci sarà pure un periodo, una riga buona!
L’ostinazione, la quantità, la selezione.

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