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Diventare scrittori

Una volta un giornalista chiese al celebre scrittore americano Wallace Stegner, che fu tra i primi fondatori di un corso di scrittura creativa, all’Università di Stanford, se chiunque potesse diventare uno scrittore.

Stegner, nella sua risposta, fu equilibrato. Naturalmente, disse, no. Diventare scrittori, in senso forte, non è certo una meta per tutti. Ma sviluppare il proprio talento lo è. Il talento è abbastanza diffuso, in vero: quindi, in un certo senso, abbastanza diffusa e abbastanza ragionevolmente radicata può essere l’aspirazione a fare, con la scrittura, qualcosa di buono.
Durante quella stessa intervista Wallace Stegner sostenne che scrivere un romanzo, per uno scrittore, voleva dire anche affrontare un’avventura mai definita a priori. Ogni volta, disse, è possibile perdersi nell’ignoto e nell’oceano, così come vi si perse Giovanni Caboto…
Dovremo dunque disciplinare la nostra scrittura, sia pre-elaborando la trama, sia verificando che possa essere una trama adatta a noi (una trama verso la quale proviamo interesse e da cui ci sentiamo stimolati), sia, soprattutto, intraprendendo la scrittura vera e propria dell’opera: un processo lungo, di costruzione, di pieni e di vuoti, una modellazione progressiva, per giungere al fine della quale dovremo evitare ridondanze e dispersioni.

La trama dovrà essere compatta; le scene nelle quali si concreterà dovranno essere costruite in maniera adeguata: mostrando invece che descrivendo, secondo quella che va considerata a tutti gli effetti come una regola fondamentale per il buon scrittore. Che cosa vuol dire: “mostrando invece che descrivendo”? Facciamo subito un esempio. Lo scrittore non esperto elabora il proprio personaggio, ne immagina, per esempio, il cinismo e la cattiveria e lo dice. Gli dedica semplicemente una frase dove scrive: “Jimmy era cinico e crudele”. Lo scrittore esperto non si lascia sfuggire l’occasione di fare un lavoro ben più ampio e ricco e immagina una scena in cui la “crudeltà” e il “cinismo” di Jimmy emergano nei fatti. Un incontro potrebbe andare bene. Una narrazione di fatti, lo sviluppo di un’azione, oppure anche, semplicemente, un dialogo.
Il dialogo è velocità e scorrevolezza, dove la descrizione fa procedere la storia assai più lentamente. Nel dialogo dobbiamo stare attenti alla cura dei registri espressivi. Una fioraia – con buona pace di Bernard Shaw – parlerà, in genere, una lingua diversa che un politico o un professore dell’Accademia della Crusca. Se la fioraia, per ipotesi, dovesse parlare una lingua professorale, allora potremmo aver voluto seminare nel racconto una traccia. magari si scoprirà che la fioraia ha fatto altro prima di diventare quello che è. Il suo linguaggio denuncia un’origine diversa da quella che ci si potrebbe immaginare, ecc ecc. Insomma, come nella vita, anche nella narrazione, la lingua è la prima spia di una condizione culturale e sociale.
D’altra parte, non esageriamo con i dialoghi! E cerchiamo di essere sempre e comunque equilibrati nello svolgimento della narrazione, curandola in ogni sua parte… Questo vuol dire anche usare le parole giuste, nella maniera giusta, in modo da ottenere nel lettore gli effetti che ci proponiamo. In modo da dare il senso dell’ambiente che stiamo descrivendo.

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