
La narrazione è di Ismaele, marinaio imbarcatosi sul “Pequod”, baleniera di Nantucket, per un lunghissimo viaggio intorno al mondo a caccia di capodogli. È lui che introduce il lettore a tutti i segreti dell’arte di cacciare la balena con autorevoli citazioni di libri di esimi naturalisti e con una minuziosa (e mai noiosa) descrizione dell’anatomia della balena, delle fasi precedenti e successive alla cattura dell’animale, fino all’estrazione del prezioso olio dal grasso del cetaceo ed allo stivaggio dello stesso.
L’avventura per mare è entusiasmante: le scene di caccia, i luoghi, gli incontri con altre navi, le tempeste e soprattutto la vita di bordo sono rese alla perfezione con uno stile ricercato ma al tempo stesso essenziale. Personaggi come il maestro d’ascia, indifferente a uomini ed eventi, il “selvaggio” Quiqueg, buono e coraggioso, ed i tre ufficiali di Achab, Flask, Stubb e Starbuck, si stagliano sullo sfondo del romanzo con vita e psicologia propria. Ed infine la scena madre della caccia finale che, fra inseguimenti ed assalti mozzafiato, chiude contemporaneamente il viaggio del Pequod e la particolare vicenda psicologica di Achab.
Ed è proprio nella definizione dell’ ossessione del Capitano Achab che il romanzo di Melville acquista i toni della tragedia sofocliana. La figura di Achab, che corre consapevolmente verso il proprio rovinoso destino si confonde con quella di Edipo. È blasfemo affermare che la traduzione di Cesare Pavese, lirica in molte parti del libro, di tanto in tanto pare appesantire il racconto?
Herrmann Melville - Moby Dick – Adelphi 1987.

Giada








