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Archetipi e luoghi comuni.

Una grande differenza corre tra il luogo comune e l’archetipo. Non pare? Diciamo che al primo sguardo, cioè a uno sguardo superficiale, potrebbe anche non parere.

Qual è, dunque, la differenza. Il luogo comune è un fastidioso inciampo nella storia (o nella lingua). Una trama può essere ben sviluppata sino ad un certo punto e poi può cadere pesantemente nella vischiosità del luogo comune. Questo accade, per esempio, quando un personaggio si ritrova a fare quello che ogni personaggio in una simile situazione fa. Il lettore si aspetta che la trama prenda quella piega e, così come uno sviluppo inedito susciterebbe la sua attenzione e avrebbe l’effetto di avvincerlo alla storia, uno sviluppo del tutto noto e trito, produce l’effetto opposto, ovvero lo stanca e lo induce a distaccarsi dal libro. Un vero peccato perdere l’attenzione dei lettori in questo modo! Non dico che anche il luogo comune non possa essere trattato con originalità: ogni scrittore di qualità può mettersi alla prova su questa strada, che non è certamente tra le più facili da percorrere.

Il romanzo di Dan Browne, Il codice Da Vinci, continua ad essere in vetta alle classifiche di vendita, negli Stati Uniti e in Italia. Credo che alcuni di voi l’abbiano letto. Si tratta di un thriller, nel cui “impasto”, l’autore ha immesso una delle più suggestive invenzioni della letteratura di tutti i tempi, un archetipo. Non ci interessa sostenere, infatti, la tesi della verità storica o della pura invenzione letteraria del Sacro Graal – un tema su cui tuttora dibattono gli esperti, i cultori della tradizione, gli appassionati di leggende medievali. Ci interessa capire che cosa il Graal significhi nella tradizione letteraria che collega il romanzo Perceval il Gallese, di Chrétien de Troyes, ripreso (e quasi plagiato) in Germania da Wolfram von Eschenbach, al recente best seller di Dan Browne.

La storia delle varianti e delle sovrapposizioni narrative, specie quando si tratta di un soggetto affascinante come quello del Graal, merita di essere approfondita. Il Parzifal di van Eschenbach giunge alla corte del re e qui viene accolto con tutti gli onori, come colui che la profezia indica come successore del re sul trono del Graal. Nel momento in cui il Graal dovrebbe comparire, tuttavia, nella forma indicata dalla tradizione, ovvero come un calice, esso appare come un cristallo di rocca. Nella versione di von Eschenbach il Graal conserva i poteri attribuiti al sacro calice: esaudisce i desideri, anche quelli non manifestati, apparecchia la tavola con i cibi e i vini più raffinati. Ha la facoltà di guarire da ogni male. Questo, probabilmente, è il fondo più profondo dell’archetipo. Il calice del Graal è ciò che dà soddisfazione alla ricerca dell’eterna giovinezza; è un simbolo di potere occulto, straordinariamente grande. E’ un mezzo di comunicazione tra l’umano e il divino – capace di rendere l’umano simile al divino. Dan Browne ha agito su queste leve, suscitando nel suo lettore il fascino che i temi che la leggenda e il simbolo del Graal suscitano, indipendentemente da ogni cornice narrativa.

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