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La brevità è un punto di arrivo

Versi e slogan, concentrati di desideri ed emozioni

“Mi scuso per la lunghezza della mia lettera, ma non ho avuto il tempo di scriverne una più breve”. Così Blaise Pascal, intorno al 1656, apriva una tra le più note delle sue Lettres Provinciales.
Sì, perché nonostante il nostro retaggio scolastico secondo il quale più si scrive e meglio è, la brevità è un vero punto di arrivo, il risultato di un lungo lavoro editoriale e di molte revisioni.
Un risultato che però vale veramente la pena di perseguire, se si vuole scrivere e comunicare bene.
I testi lunghi, i periodi contorti e le frasi ampollose non aumentano l’importanza del testo, né esaltano il suo contenuto. E nemmeno danno all’autore una patente di professionalità. Al contrario.

Versi e slogan, concentrati di desideri ed emozioni
E del resto, cosa c’è di più breve e concentrato della poesia? Non a caso, in tedesco “poesia” si dice Dichtung, letteralmente “addensamento”. Eppure la poesia, anche se di un solo verso, è un vero detonatore di immagini e di emozioni.
Lo stesso si può dire del linguaggio pubblicitario. Slogan e frasi brevissime: distillati di parole pensati e limati a lungo per agire direttamente sul nostro inconscio e per farci venire una voglia improvvisa e irrefrenabile di comprare un prodotto.
Essere brevi quindi non significa affatto sacrificare qualcosa alla comunicazione. Anzi. La brevità e la concentrazione le giovano quasi sempre.
I dieci comandamenti non riempiono neanche mezza cartella. E che dire del sintetico e rivoluzionario “Liberté, égalité, fraternité”? Brevissimi, eppure una certa influenza sulla nostra civiltà occidentale l’hanno avuta.

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