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I clichè

Tutte le persone, non solo gli scrittori, possiedono un repertorio di clichè ricavato dalle storie che leggono, guardano o ascoltano.

Si può abbandonare un’idea solo dopo averla sottoposta a un vero e proprio terzo grado: “perché?”, “qual è stata la causa?”, “a che scopo?”, “che effetto avrà?”, “cosa succederà in seguito?”: interroghiamola pure senza lasciarle un attimo di respiro. Non dobbiamo però credere alla prima risposta, e neppure alla seconda, perché quasi sempre si tratterà di un clichè, vale a dire un luogo comune, convenzionale, già sfruttato, come abbiamo visto a proposito degli stereotipi. Incalziamola con altre domande: alla fine troveremo quella che più ci soddisferà.
Quando un’idea ci sembra convincente, ossia quando il personaggio è come ce l’immaginavamo, allora dovremo esagerare un aspetto della sua personalità che di solito viene trascurato, oppure introdurre una piccola svolta. Naturalmente è possibile fare entrambe le cose.
Tutte le persone, non solo gli scrittori, possiedono un repertorio di clichè ricavato dalle storie che leggono, guardano o ascoltano. Per lo più appartengono a una realtà comune, cioè avvenimenti e personaggi che prima o poi finiamo per conoscere; altri invece sono relativi alla sfera privata dell’individuo, come le piccole manie o le ossessioni di cui spesso non si è neppure consapevoli. In ogni fase del lavoro, dall’ideazione alla stesura, è assai probabile che la prima risposta alle nostre domande sia un clichè, come se avessimo pescato alla cieca. Se non si presta attenzione, la storia risulterà debole e superficiale: è questo il risultato di quando ci si accontenta della risposta più ovvia, rinunciando alle migliori possibilità che si ricavano a una analisi più approfondita.