Le Muse per gli antichi Greci erano le figlie di Zeus, il dio supremo dell’Olimpo, e di Mnesomine, dea della Memoria, la quale a sua volta era figlia di Gea, cioè della Terra e di Urano, cioè del Cielo.
Le Muse, e con esse le voci che muovono verso la poesia, erano dunque discendenti dirette delle primigenie forze cosmiche. Esse erano nove:
CLIO, che presiedeva alla storia
EUTERPE, che presiedeva alla musica
TALIA, alla commedia
MELPOMENE, alla tragedia
TERSICORE,alla danza
ERATO, alla poesia amorosa
URANIA, all’astronomia
POLINNIA, al canto sacro
CALLIOPE, all’epica e all’elegia
Una di loro viene invocata da Omero nel primo verso dell’Iliade ( “L’ira cantami, o dea, di Achille figlio di Peleo” oppure in un’altra traduzione, “ Cantami o Diva, del Pelide Achille l’ira funesta”). La dea non solo spinge a cantare, ma canta lei stessa: il poeta antico annota, rammemora, riferisce: è cieco e lo è proprio perchè deve innanzi tutto ascoltare e ricordare.
Ed ecco una definizione moderna delle Muse, dovuta a Jorge Luis Borges, il grande poeta argentino, in vecchiaia cieco anche lui:
Per Muse dobbiamo intendere ciò che gli Ebrei e Milton chiamarono Spirito e che la nostra triste mitologia chiama Subcosciente
Le Muse oggi ci appaiono sotto differenti vesti, sta a noi riconoscerle.

Giada















