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Eroismo mascherato

Anche un antieroe può essere un grande protagonista.

Può darsi che nelle intenzioni del suo autore, Arthur Miller, il protagonista di Morte di un commesso viaggiatore doveva essere un antieroe: la scelta del nome Willy Loman non lascia dubbi in proposito (Loman riecheggia low-man, cioè uomo umile, di bassa estrazione), ma alla fine scopriamo che il protagonista sognava un grande futuro per sè e per i suoi figli.

Il fallimento dei suoi progetti lo porta al suicidio e questo è già un primo elemento che lo distingue dalla normalità. Ma quello che rende Loman una figura fuori dell’ordinario è il fatto che egli si sia posto davvero come obiettivo degli standard così elevati e abbia fatto di tutto per raggiungerli, finendo per incarnare proprio quell’eroe romantico che Miller non voleva ritrarre. In altre parole, il fallimento dell’impresa non intacca la nobiltà del tentativo, esattamente come accade per i Cavalieri della Tavola Rotonda che partono alla ricerca del Santo Graal.

Scrittori realistici come John Updike, Saul Bellow e John Fowles utilizzano sempre dei personaggi eroici, anche se la natura del loro “eroismo” è del tutto particolare e le loro qualità sono abilmente mascherate.
Per esempio ne Il dono di Humboldt di Bellow, il protagonista alla fine si rivela più importante della vita stessa: a suo modo raggiunge una dimensione romantica assoluta, come avviene per Indiana Jones, Rambo o Rhett Butler, con la differenza che questi ultimi raggiungono in genere questa dimensione nelle prime trenta pagine, mentre Humboldt soltanto verso la fine del romanzo.