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The L World

Articolo tratto di Repubblica del 7 maggio 2004.

Trent’anni, belle e molto cool

Trent’anni, belle
e molto cool

Arriva in Italia la serie lesbo-chic

     di
ALESSANDRA RETICO


 

 

 

 

Quella parola che inizia con ‘elle’ non è più impronunciabile. La tv l’ha sdoganata,
benedetta con l’incenso sacro degli ascolti, dei dibattiti sociologici.
Lesbismo, il mondo lesbico, le lesbiche siano dunque dette da quando si è
capito che le donne che amano le donne sono persino ‘normali’ e addirittura cool
come le loro coetanee - trentenni - etero del fortunatissimo e per molti
purtroppo concluso href="http://guide.supereva.it/gu/telefilm/sex_and_the_city/">Sex and the city.

Si è capito a gennaio, in America, quando su Showtime, tv via cavo Usa
concorrente di Hbo (appunto quella di Sex and the city) ha mandato in
onda la prima puntata di href="http://guide.supereva.it/telefilm/interventi/2004/03/151693.shtml">The L
word
(La parola che inizia con ‘L’), prima sitcom con protagoniste
donne omosessuali (ma anche no, oppure con amici maschi eterosessuali) alle
prese con provette per avere figli, serate in discoteca, chiacchiere su chi si
è rimorchiata e chi si vorrebbe, con borse Prada e auto sportive, col sesso
naturalmente, vero e intenso e animale e scherzoso come quello tra un uomo e
una donna.

Insomma, non solo bacetti e femminili effusioni. Donne che fanno proprio
l’amore. E che dell’immaginario lesbo (e non solo maschile), fanno volentieri a
meno. Niente capelli corti e gesti rudi, stivaloni e abiti maschi. Le Saffo di The
L word
fanno shopping nelle boutique più trendy di Los Angeles, vestono
firmato, si truccano, sono sexy e chic, maledettamente femminili. Insomma non
le diresti ‘l….’.

Valanghe di dibattiti, prime pagine sui giornali più prestigiosi, siti di fan.
Questo negli Stati Uniti, già abituati a serie tv con uomini gay protagonisti
(da Queer as folk, trasmessa anche in Italia su Gay-tv, a The Queer
eye for the straight guy
: successoni). Vediamo cosa succederà in Italia
visto che il serial già ridefinto lesbo-chic arriverà il prossimo autunno su
canal Jimmy (piattaforma Sky) dopo essere stato visionato in anteprima al
Telefilm Festival di Milano.

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La produttrice Rose Troche, autrice di un film cult per il mondo lesbico, Go
fish!
(’94), ma lì c’erano appunto sofferenze e reticenze (e anche donne
non proprio bellissime, si dica) The L word è invece commedia, ci si
diverte, c’è qualche lacrimuccia come in ogni commedia che si rispetti, ma alla
fine joie de vivre e leggerezza, in una declinazione decisamente glamour
della vita, prevalgono capovolgendo stereotipi e abitudini mentali comuni. Di
tutti: delle donne, degli uomini, della comunità gay.

La critica americana si è divisa: alcuni hanno visto in The L word una
furba confezione ad uso e consumo del pubblico maschile e voyeur, altri vi
hanno letto l’agognato congedo della comunità saffica non solo dall’oppressione
della cultura maschilista, ma anche dall’emarginazione subita da parte dei gay
che per anni le hanno snobbate proclamandosi protagonisti (e con monetaria
ragione, visto anche lo sperimentato potere economico del ‘pink dollar’) di
tutto ciò che fa tendenza, creatività, avanguardia.

Ora le ragazze di The L word vogliono prendere il testimone: amano le
donne, ma non per questo sono maschiacci. Non sono particolarmente ricche, ma
se la sanno godere. Alcune sono in carriera, altre fanno mestieri non
particolarmente accattivanti e remunerativi, ma non per questo sono meno felici
o hanno armadi meno equipaggiati.

Volto protagonista della serie Jennifer Beals, la ballerina di Flashdance,
che interpreta Bette Porter, direttrice di una galleria d’arte fidanzata da
sette anni con Tina Kennard, interpretata da Laurel Holloman. Bette e Tina,
nella prima puntata, cercano - senza successo - un donatore per l’inseminazione
artificiale e avere finalmente il bebè che natura impedisce. Nel loro giro di
amicizie, la tennista Dana Fairbanks (Erin Daniels), la giornalista bisessuale
Alice Pieszecki (Leisha Hailey) la sorellastra di Bette, Kit Porter (Pam
Grier), musicista (e con qualche problema di drink di troppo), Marina, la
fascinosa proprietaria di un cafè dove le ragazze si incontrano. Per ridere,
amarsi, tradirsi.


 

 

 

La rivoluzione saffica, iniziata da Ellen DeGeneres con il suo famoso
(perché pioniere) coming out, sembra avviarsi sulla strada della svolta. Tanto
che pure i filosofi ci si mettono di mezzo, come il francese Didier Eribon, che
nel suo Dictionaire des cultures gays et lesbiennes ha tutt’altro che
sospetti sui nuovi modelli di famiglia messi su da coppie di donne.

C’è da discutere, certamente. Così tanto che sulla questione omosessualità si
giocherà la partita presidenziale negli States. In Italia possiamo stare
tranquilli. Difficile immaginare palazzo Chigi tormentato da faccende con la
parola elle, visto che il vocabolario dell’establishment arriva a stento alla
‘d’ di donna.

(7 maggio 2004)

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