
Ogni domenica spopola in tv nei panni rassicuranti e amabili del dottor Guido Zanin, il nuovo «medico in famiglia» dopo Giulio Scarpati. Ma quelli con cui Pietro Sermonti gira per le strade di Roma sono di tutt’altro tenore: jeans, scarpe da tennis, maglietta con un pugno rosso che spezza in due un missile e la scritta: «Disobbediamo alla guerra. Disarmiamoli». Lui la mostra tutto fiero: «So che queste cose fanno arrabbiare gli addetti degli uffici stampa, coloro che vorrebbero gli attori e in genere chi fa spettacolo lontani dalla politica, dalle prese di posizione. Ma a me la politica appassiona. Sono iscritto a Rifondazione comunista, l’unico partito che ha il coraggio di dire che il nostro modello di sviluppo non è più sostenibile. Ho partecipato al G8 di Genova, al Social Forum di Firenze, ad Attac di Bologna. Ho alle spalle una tiepida militanza. E mi piacerebbe testimoniare che si può essere di sinistra, anche in modo radicale, senza essere depressi e di cattivo umore».
Lui in effetti sfoggia sorrisi e autoironia in quantità. Oltre che un taglio di capelli, quasi rasati, che lo rende ancora meno identificabile con il dottore televisivo. «Il giorno dopo la messa in onda di Un medico in famiglia ho fatto la mia indagine personale. Ho preso la metropolitana per vedere se qualcuno mi riconosceva». E tutto soddisfatto ammette: «Non mi ha filato nessuno». Esattamente il contrario di quello che avviene nel ristorante dove si svolge l’intervista. Qui Sermonti è di casa e tutti i camerieri se lo coccolano. Passa Ilaria, su per giù 10 anni, figlia del proprietario e gli indirizza un saluto. «Prima di accettare di fare Un medico in famiglia l’ho chiesto a lei, che è una “scarpatiana” di ferro. “Se lo fai te, non lo guardo più” mi ha detto. Poi però me la sono comprata portandola sul set», aggiunge con un sorrisetto.
In questo ristorante ci viene tutti i giorni: «Mi piace. È il mio unico vero lusso. Mi ricorda i calciatori, che mangiano sempre soli al ristorante perché sono fuori sede. Qui è bello perché ci sono camerieri polacchi, egiziani, libanesi. Con loro parlo di tutto, ma soprattutto di politica. E poi, a casa mia non ho lo spazio per ricevere nessuno: abito in 12 metri quadrati». Ma come, il figlio di Vittorio Sermonti e di Samaritana Rattazzi, nipote nientemeno che di Susanna Agnelli, uno che, come dice lui, «ha vinto alla lotteria biologica», vive in una casa piccolissima? Lui si intristisce e con tono quasi supplichevole dice: «Che c’entra la mia famiglia? Era così bello parlare di me. È una vita che mi sento dare del raccomandato perché sono il nipote di Agnelli. Tra le cose che non sopporto, oltre la violenza, c’è il pregiudizio.
Da qualche mese ho una mia disciplina quotidiana con la quale mi do dei calci nel sedere da solo e che mi insegna a non fermarmi agli stereotipi. E poi con la mia famiglia non ho rapporti». Tranne che con mamma e papà. «Mia madre come impulsi e generosità non è molto diversa da me. Mio padre è l’istigatore del mio amore per la narrazione e per il teatro. Da lui ho ereditato la malattia del raccontare storie e del giocare. Insieme abbiamo giocato tantissimo. Ha quasi perso la vista per dipingermi uno a uno tutti i giocatori di dieci squadre di Subbuteo. Anch’io voglio un figlio. Ma a volte mi chiedo, lui vorrà me? Credo che quando avrà tre anni lo sentirò supplicarmi, no, papà, basta giocare».
Il gioco è la componente essenziale anche dei suoi rapporti d’amore. «Ho avuto quattro fidanzate serie, compresa la mia ragazza di oggi. Stiamo vivendo un momento di stallo, siamo in decompressione da medico. Con lei sono dolcissimo, giocosissimo e pazzo. È molto bella, affusolata. Ha gli zigomi rosa, è morbida. Vorrebbe fare l’attrice, ma mi fido della sua intelligenza. Questo non è un buon lavoro. Ho visto molte frustrazioni in tanti colleghi e aspiranti tali. C’è chi sogna di interpretare l’Ofelia e fa la pubblicità dei grissini. In realtà è un lavoro come un altro e non capisco tutta l’idolatria che si tira dietro. Io ricevo centinaia di e-mail. E va bene così. Non ho mica inventato il vaccino contro l’Aids né scongiurato la guerra in Iraq».
Attore quasi per caso, Pietro Sermonti ha le idee molto chiare sul futuro. «Non voglio andarmene a spasso nei talk show. Preferisco andare nelle scuole a parlare con i ragazzini che sanno cose di dove vivo che io non so. E poi voglio sfruttare la popolarità come sponda per la mia attività di regista e di narratore. Magari lavorando con mio padre». I due hanno appena finito di scrivere un libretto per i bambini dell’ospedale Gaslini di Genova. «È sul fondamentalismo juventino, l’unico a cui sono fiero di appartenere». E qui si apre un capitolo a parte, che fa davvero brillare gli occhi verdi di Pietro. Da qualche settimana è entrato a far parte della Nazionale attori. Numero 10, trequartista. «Giocare a calcio è sempre stato il mio sogno. Non ce l’ho fatta. Dopo una lunga serie di incidenti mi sono arreso al fisico. E me la sono vista brutta.
Dai 19 ai 22 anni ho vissuto agli arresti domiciliari. Non uscivo più, non vedevo nessuno, mi sembrava impossibile che potesse interessarmi qualcos’altro nella vita. La verità è che ho accettato di girare questa fiction per giocare la partita del cuore davanti a 80 mila persone». L’amore viscerale per il calcio è una delle tante cose che lo lega al padre, o meglio a «Fuster», come lo chiama lui. «Nel luglio dell’88 abbiamo fatto insieme un pellegrinaggio laico alla casa natale di Michel Platini. Il paese era Joeuf, la strada rue Saint Exupery, numero 7. Lì c’era la serranda alla quale Michel ha tirato i primi calci. Avevamo una palla di gomma piuma, ho calciato. Un?emozione fortissima».
Sul calcio Sermonti potrebbe andare avanti per ore. Si scalda pure quando sostiene che «alcuni calciatori hanno costruito una fetta importante della storia contemporanea. I miracoli di uno come Baggio non hanno niente da invidiare alle performance di Marlon Brando. E quelli di Zidane sono degni del miglior Nureyev». Continua con la descrizione del suo gol da collezione. «Tokyo, 8 dicembre 1985, finale di Coppa Intercontinentale. Juventus contro Argentinos Junior. Quel giorno un arbitro demente ha annullato a Platini il più bel gol della storia».

Sutterina








