Da Tom Joad a Emanuele Filiberto, l'Italia del Festival che non c'è più

Tradizioni, famiglia, giustizia, popolo, cultura, religione. Una sfilza di luoghi comuni infilati uno dietro l’altro, nell’attacco di “Italia Amore Mio”, imprescindibile canzone[...]

Springsteen sul palco dell'Ariston per The Ghost of Tom Joad
Tradizioni, famiglia, giustizia, popolo, cultura, religione. Una sfilza di luoghi comuni infilati uno dietro l’altro, nell’attacco di “Italia Amore Mio”, imprescindibile canzone d’autore portata sul palco di questa edizione di Sanremo dall’improbabile trio Pupo, Emanuele Filiberto e Luca Canonici.

Valori d’antan, ormai, naufragati sotto a un malaffare imperante e dilagante che è andato a invadere ogni campo della millenaria cultura italica. Fa specie che a ricordarcelo è proprio il Principe dei brunettiani fannullon-bamboccioni, che a quasi 38 anni non ha ancora capito se è un politico, un ballerino, un cantante o che altro. Una sola la certezza: di lavorare non se ne parla.
Insomma se Sanremo non è altro che lo specchio del nostro Paese c’è poco da stare allegri.

Solo quattordici anni fa un Pippo Baudo al quale i problemi alla gola non avevano minimamente intaccato lo smalto da anchorman di razza introduceva la performance di un superospite d’eccezione: Bruce Springsteen.
Il Boss, Takamine nera e capello leccato indietro, si esibiva in una The Ghost of Tom Joad che parse strappare dal comodo velluto gli spettatori del teatro sanremese per trasportarli nelle terre aride dell’Oklahoma della Grande Depressione. Tre dita di pelle d’oca.

Oggi di quel Tom Joad non è rimasto nemmeno il fantasma a vagare per i camerini dell’Ariston, già infestati da dilettanti, freaks, nani e ballerine di ogni tipo, da Susan Boyle a Cassano, da Dita Von Teese al real Filibertino con le sue ambizioni da nuovo reuccio del Festival.
Ingredienti insipidi e incoerenti gettati a casaccio nel terribile zuppone della cuoca Clerici. Italia Amore Mio, dove sei finita?

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