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Grande Torino, nascita e morte di un Mito

(www.acsamo.it) Forse è retorica dire che avranno continuato a giocare allo stesso modo per anni anche in Paradiso, forse è retorica continuare dopo sessant’anni a cantare le lodi di un gruppo[...]

Valentino Mazzola con il piccolo Sandro
(www.acsamo.it)

Forse è retorica dire che avranno continuato a giocare allo stesso modo per anni anche in Paradiso, forse è retorica continuare dopo sessant’anni a cantare le lodi di un gruppo di ragazzi che in fondo giocavano solo, seppur molto bene, a pallone: in fondo non sono neppure morti da eroi, mica stavano tornando da una missione benefica. Già, sono sessant’anni che il tifoso del Toro si sente ripetere che affonda nella retorica, che senza disgrazie magari la storia del Toro non sarebbe stata la stessa. Ma nel giorno del 60° anniversario della tragedia di Superga non ci sono orecchie per simili considerazioni, i tifosi granata giovani e vecchi si raccolgono nel dolore che ciascuno interpreta a proprio modo.

È chiaro che con il passare degli anni l’impatto emotivo diminuisce ma le emozioni nello sfogliare certe foto, nel rivedere certe immagini non cambieranno mai. “Solo il fato li vinse”: è questa la frase consegnata alla storia per far capire la sfortuna di un gruppo di ragazzi ma soprattutto di amici che si erano appena aperti alla vita. Molti di loro non erano ancora sposati, tutti hanno lasciato genitori increduli di fronte ad una simile tragedia. Sul campo non poterono fare di più: una Coppa Italia, quattro scudetti consecutivi, il quinto che stava arrivando ma nessun riconoscimento in campo internazionale perchè l’assenza delle coppe europee privò questa squadra di raccogliere anche fuori dal contesto nazionale i consensi che meritava e che avrebbero potuto avvicinarla al grande Real Madrid di Di Stefano.

Le uniche occasioni per far capire al mondo la loro forza questi ragazzi le avevano con la maglia della Nazionale italiana, ma il confiltto mondiale li privò anche di questo, niente Mondiali e la gloria sfugge ancora. Ma quel giorno di maggio (già, ancora maggio…) del 1947 non potrà toglierlo nessuno alla loro memoria, a quella dei loro parenti e dei tifosi del Toro: 11 maggio 1947, dieci giocatori su undici del Grande Torino in campo con la maglia azzurra proprio a Torino contro la Grande Ungheria per uno storico 3-2 con doppietta di Gabetto e rete di Loik. Dal numero due all’undici è la formazione degli Invincibili, solo il portiere, Sentimenti IV, gioca nella Juventus.

Il Grande Torino nacque subito dopo la guerra per volontà del presidente Ferruccio Novo. Nei progetti del presidente c’era l’idea di creare una squadra importante pur non disponendo di troppe finanze: i fatti andarono oltre le sue previsioni. Si seppe circondare di collaboratori all’altezza e che soprattutto conoscessero l’ambiente granata per averlo visto da giocatori come Antonio Janni e Mario Sperone, entrambi tasselli chiave del primo scudetto datato 1928. Il tecnico prescelto fu l’ungherese Ernest Egri Erbstein, di origini ebraiche e come tale costretto a lungo a lavorare nell’ombra. Il primo pezzo pregiato fu la mezz’ala Franco Ossola: arrivò per 50.000 lire dal Varese, fu il primo chiaro segnale che si volevano fare le cose in grande.

Poi ecco arrivare di seguito Ferraris, Menti e Gabetto: era nata una grande squadra che però mancò l’appuntamento con la vittoria in Coppa Italia ed in campionato nel 1942 a causa di due sconfitte contro la stessa squadra, il Venezia. Ed allora Novo ruppe gli indugi e decise di perfezionare il meccanismo: Ezio Loik e Valentino Mazzola, proprio i due talenti del Venezia, divennero granata in cambio di 1.400.000 lire ed i giocatori Petron e Mezzadri. Il primo scudetto arrivò soffrendo nel 1943 dopo un testa a testa con il Livorno risolto all’ultima giornata grazie ad una rete di Valentino Mazzola a Bari.

La Guerra spezzò i sogni di gloria, nel 1944 fu ancora scudetto tra le macerie e l’anno dopo, alle prese con una nazione stravolta, si organizzò un campionato non più a girone unico ma diviso tra Alta Italia e Torneo Misto comprendente squadre del sud di A e B. Fu ancora Toro anche grazie agli ultimi decisivi rinforzi: il portiere Bacigalupo, il terzino Ballarin, il centromediano Grezar, il laterale Castigliano diedero un volto nuovo alla squadra, c’è chi dice che senza questi acquisti il Grande Torino non sarebbe stato tale fino in fondo. La storia parla di una squadra che, dopo la sconfitta nel derby alla prima giornata, inizia a macinare gol e punti diventando invincibile. Il processo si completerà la stagione seguente quando l’attacco del Toro metterà a segno centoquattro gol, lo scudetto arriverà con un vantaggio di dieci punti sulla seconda classificata, la Juventus.

La forza della squadra non risiedeva solo nell’essere composta da campioni ma anche nell’abile regia di Erbstein e della sua idea di adottare il Sistema, tattica inventata già negli anni Trenta dall’inglese Albert Chapman all’Arsenal, al posto del Metodo: il Sistema, o “WM”, era una tattica innovativa che prevedeva di affidare a tre difensori fissi, di fatto i tre vertici bassi della “M” la fase difensiva (mentre con il Metodo il terzo difensore, quello centrale, doveva fare la spola con il centrocampo) mentre i due vertici alti prendevano il controllo del centrocampo per ispirare il quintetto offensivo. Novo rimase ammaliato dalla novità, in breve tempo il Sistema fu adottato a livello europeo ma il Torino fu un precursore.

Ormai il Toro è conosciuto in tutto il mondo, da ogni parte del globo la squadra è chiamata per dare sfoggio della sua classe: una tournée in Brasile alla vigilia del campionato 1948-’49 mette un pò in ginocchio i granata, ormai in formazione consolidata. Lo spettacolo del campionato precedente non si ripeterà, solo qualche lampo ma la squadra veleggia sempre al primo posto seppur qualche pareggio di troppo faccia avvicinare l’Inter fino a meno quattro alla vigilia dello scontro diretto, l’ultima gara del Grande Torino sul suolo italiano. Un Bacigalupo sensazionale evita la sconfitta, il quinto tricolore consecutivo è ad un passo e si va a Lisbona per festeggiare Francisco Ferreira: gol e divertimento per giocatori e pubblico. Poi solo polvere e lacrime.

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