Luca Bucci, un duro dal cuore Toro

(foto: www.corrieredellosport.it) Forse dentro di sè avrà esultato anche lui, il 17 maggio scorso. Per carità, non vogliamo insinuare strani sospetti ma se diciamo che la vittoria del Torino a Napoli,[...]

Al Torino dal gennaio '98 al maggio 2003
(foto: www.corrieredellosport.it)

Forse dentro di sè avrà esultato anche lui, il 17 maggio scorso. Per carità, non vogliamo insinuare strani sospetti ma se diciamo che la vittoria del Torino a Napoli, che illuse molti sulla possibile terza sofferta salvezza consecutiva, abbia in fondo al cuore fatto contento anche Luca Bucci, pur tesserato per i partenopei, non pensiamo di andare molto lontano dalla verità. Perchè, arrivato da svincolato a febbraio per tamponare l’emergenza portieri su espressa richiesta di Edy Reja, uno che al Toro ne aveva apprezzato qualità tecniche e soprattutto umane, con la gestione Donadoni Luca nostro era finito presto nel dimenticatoio: una sola partita, poi più nulla nonostante almeno le ultime gare, con un Napoli ormai fuori da tutti i giochi, avrebbero potuto benissimo vederlo in campo.

Ma come nel suo stile Bucci non si è lamentato, non ha fatto polemiche: forse anche perchè aveva già deciso che era arrivato il momento di appendere i guanti al chido. Sì perchè anche se fa un certo effetto, forse a causa di quella faccia da eterno ragazzo, con solo quella barba da pensatore ad arricchire un viso sempre uguale a quello del timido ragazzino che si affacciò al calcio a Caserta, d’ora in poi bisognerà far precedere all’espressione “Luca Bucci, portiere”, la parolina “ex”: a 40 anni appena compiuti (è nato a Bologna il 13 marzo 1969) infatti l’ex granata ha detto stop: lo ha fatto in silenzio, senza giri di campo o partite d’addio, perchè Bucci è fatto così.

E l’addio lo ha dato nel modo migliore, con una grande partita a Cagliari, lo scorso 19 aprile: parate su parate che non sono servite ad evitare la sconfitta agli azzurri ma che almeno hanno fatto sparire i sorrisini ironici comparsi sulla bocca di molti commentatori alla notizia del suo ingaggio da parte del Napoli. Perchè Bucci non risponde all’identikit del portiere della nuova generazione: non è altissimo (180 cm), non è bello (Buffon e Casillas docent). Però ha sempre saputo parare, particolare non da poco che tuttavia negli ultimi tempi è diventato quasi secondario nel giudicare un portiere, almeno vedendone certi di A o di B.

La sua sfortuna è stata quella di capitare in una generazione di fenomeni o quasi: se oggi avesse vent’anni sarebbe comodamente il vice di Buffon. Ed invece, dopo gli Zenga ed i Tacconi, ecco arrivare i Marchegiani, i Pagliuca e soprattutto i Peruzzi ed i Toldo: portieri dotati di un altro fisico (Peruzzi a parte) rispetto a Bucci, portieri che hanno sempre giocato in grandi squadre. Bucci invece la grande squadra se l’è dovuta costruire da solo: il Parma, dove cresce ed esordisce in serie B addirittura a diciassette anni e dove torna dopo tre stagioni di prestito tra Reggio Emilia e Caserta per debuttare nella massima serie a 24 anni. È il Parma di Nevio Scala che stupisce il mondo, Luca si gioca il posto con Ballotta ma si guadagna anche la Nazionale dove è il terzo portiere ad Usa ‘94 e nella quale esordisce a dicembre dello stesso anno. L’8 ottobre ‘95 ha la grande occasione in maglia azzurra: Sacchi gli dà fiducia nella delicata partita esterna contro la Croazia, gara cruciale nel cammino di qualificazione agli Europei inglesi del ‘96 ma la difesa alta per una volta tradisce il profeta di Fusignano e con lui il portiere di Bologna: un colpo di vento, il pallone assume una traiettoria strana e Luca lo tocca con le mani fuori area. Espulsione, entra Toldo ed addio alla maglia azzurra.

L’episodio può essere preso come simbolo di una carriera: le occasioni giuste al momento sbagliato. Lascia il Parma in coincidenza con l’esplosione di Buffon, che per qualche partita Luca riesce pure a tenere in panchina. Sei mesi in prestito a Perugia poi nel gennaio 1998 scoppia la scintilla: lo vuole il Toro alle prese con un difficile campionato di serie B. Lui tentenna ma poi accetta: erano ancora i tempi in cui scendere in cadetteria non era così umiliante. L’esordio in granata coincide con la prima di ritorno contro l’Ancona quando Luca non riesce a parare il rigore di Davide Tentoni: finisce 1-1, la rimonta è difficile ma quello era un gruppo eccezionale capace addirittura di sfiorare la promozione salvo farsi rimontare cinque punti dal Perugia nelle ultime tre partite. Reja lo ha subito schierato titolare al posto dell’incerto Casazza: la stagione era iniziata malissimo con l’azzardo Graeme Souness in panchina, ad ottobre Edy Reja aveva provato a sistemare le cose. Arrivarono anche Bonomi, Fattori e Brambilla, destinati a diventare insieme a Bucci pilastri dell’ultimo Toro dignitoso in serie A.

Tra Luca ed il popolo granata è subito colpo di fulmine. Lo spareggio di Reggio Emilia contro gli umbri del 21 giugno ‘98 segnerà una pagina indelebile nella storia del club e di tutti quei giocatori che l’hanno giocato ma Bucci ha saputo andare oltre: nei primi minuti si fa male ad un dito ma resiste stoicamente fino alla fine, rigori compresi, per respirare poi vera aria granata tra le lacrime per una promozione strameritata svanita contro il palo di Tony Dorigo. La serie A arriverà un anno dopo ma durerà una sola stagione, poi ancora promozione ed ancora una caduta in B: in tutte queste traversie Luca Bucci si consacrerà cuore Toro ad honorem. Lui che aveva vinto Coppe e giocato in Nazionale e che ora dà anima e corpo per una squadra che gli è entrata dentro, lui uno degli ultimi grandi giocatori da Toro, non del Torino.

Bucci ed il Toro sono poi stati uniti da un nemico comune: la Juventus. Del Piero è il giocatore che gli ha fatto più gol e due episodi possono essere presi ad esempio del suo rapporto con la Vecchia Signora: il 17 gennaio ‘96 si disputa, per la prima ed unica volta, una strana Supercoppa Italiana in inverno e non in agosto come apertura della stagione. Di fronte la Juventus che aveva vinto l’anno prima sia lo Scudetto che la Coppa Italia ed il Parma, finalista in Coppa: nella nebbia del “Delle Alpi” finisce 1-0 per i bianconeri con rete di Vialli al 33′. Il gol è contestato, la visibilità è minima e non si sa neppure se il pallone sia entrato davvero: al momento del gol Bucci corre infuriato verso il guardalinee per protestare, i compagni devono portarlo via a forza. Poi a fine partita dirà: “La Juventus ha meritato il successo, lo scorso anno aveva vinto tutto. Chiedere la sospensione per nebbia? Sarebbe stato antisportivo”. Chapeau. Dottor Jekyll e Mister Hyde: iena in campo, signore fuori. Poco amante dell’apparire, Bucci ha sempre preferito l’essere: la pensano così anche i tifosi del Toro che lo eleggeranno subito a proprio beniamino.

Bucci è un duro dal cuore d’oro: in campo non ne ha mai risparmiate ad arbitri ed avversari, ma dai propri tifosi è amatissimo così come dai compagni grazie ad un carattere pacifico nonostante le apparenze e grazie al suo enorme attaccamento al lavoro. Il secondo episodio della Bucci & Juve story è recente: l’8 febbraio 2006 si gioca un turno infrasettimanale di serie A. Il Parma è cambiato molto ed ora gioca per la salvezza: gli emiliani passano subito in vantaggio con Dessena, pareggerà Ibrahimovic. Finirà 1-1 ma Bucci, che entrerà a dieci minuti dalla fine al posto dell’infortunato Guardalben, deve ancora diventare protagonista: a pochi minuti dal termine l’arbitro Palanca (Calciopoli è in agguato) assegna un rigore inesistente alla Juve, Del Piero si presenta dal dischetto ma calcia sulla traversa, Luca si lascia andare ad un gesto dell’ombrello poco oxfordiano e tutto sommato riprovevole ma in linea con la genuinità del personaggio: si pentì subito e si scusò più volte per quel gesto, soprattutto con i suoi figli ma da quel giorno tutti i suoi ritorni a Torino contro la Juve saranno salutati da fischi ed insulti. Bucci non se ne cura, la sua dignità morale è superiore a quella di tanti curvaioli.

Dolori ad una spalla lo hanno tormentato per anni costringendolo poi ad un’operazione nel 2004 ed anche per questo in granata ha subito qualche gol di troppo quando era chiamato a tuffarsi: negli ultimi tempi questo limite gli è stato spesso rimproverato dai tifosi e nell’ultima stagione in granata, il 2002-’03, la peggiore della storia del Toro, qualche ingeneroso fischio ha accompagnato il commiato di uno dei più seri giocatori che la storia recente del club ricordi. Dopo il Toro la sua carriera non ha più saputo tornare a buoni livelli tra l’Empoli ed il Parma, con il quale ha conosciuto anche l’onta della retrocessione.

Ora che non volerà più tra i pali potrà passare più tempo con i suoi figli, dedicarsi a sane letture come ama fare e soprattutto avvicinarsi ancora di più al suo secondo sport preferito, la pallavolo. Si troverà bene perchè in fondo dovrà solo continuare a fare ciò che gli è riuscito meglio: non far finire il pallone in rete.

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