
(foto: www.gazzetta.it)
Ci sono annate alle quali per entrare nella storia non serve una conclusione felice. Campionati emozionanti, vissuti tutti d’un fiato tra rimonte eccezionali, beffe arbitrali e cadute onorevoli che agli almanacchi consegnano un freddo risultato, una promozione fallita o un’amara retrocessione ma che nei cuori dei tifosi rimarranno per sempre tra i ricordi più cari. Se poi tifi per il Torino, a stagioni così sei non solo abituato ma anche un pò affezionato, hai quasi un’attrazione morbosa per quell’essere “bello e dannato” (c’hanno pure scritto un libro) che fa parte del carattere del tifoso granata.
È per questo che il Toro stagione 1997-’98 conserva un posto di riguardo nel cuore del popolo granata: di formazioni più forti se ne sono viste tante eppure nonostante sia stata capace di buttare nelle ultime tre giornate una promozione ormai in tasca, quella squadra è entrata nell’immaginario collettivo. Merito della capacità di soffrire e di resistere a tutto ed a tutti che ha contraddistinto ogni elemento della rosa, merito di un caldissimo pomeriggio a Reggio Emilia.
Con ancora le scorie della traumatica stagione precedente, il Toro s’appresta a disputare il torneo di B per la seconda stagione consecutiva, mai successo prima nella storia del club. La società è da marzo ‘97 nelle mani di Massimo Vidulich, genovese e genoano, che con gli amici e soci d’affari Palazzetti, Bodi e Regis Milano punta dichiaratamente a riportare il Toro in serie A: peccato che per raggiungere l’obiettivo si voglia stupire con effetti speciali. Come allenatore viene infatti scelto nientemeno che lo scozzese Graeme Souness, un passato da giocatore in Italia con la maglia della Sampdoria a metà anni ‘80 ma soprattutto colonna del centrocampo del miglior Liverpool di sempre.
Da allenatore però il suo curriculum non incanta e la scelta della società granata sembra tanto più incomprensibile perchè si chiede ad un allenatore straniero ed a digiuno di calcio italiano di calarsi nel complesso mondo della serie B. Come potrà Souness guidare i suoi contro Pescara o Lucchese? Semplice: gli si dà in mano una squadra fortissima in grado di veleggiare con sicurezza verso la promozione, al tecnico è chiesto solo di gestire il gruppo e di prendere confidenza con il calcio italiano in vista della serie A.
Ma i proclami non si sposano con mosse adeguate sul mercato: il ritorno di Gigi Lentini sei anni dopo il tumultuoso addio non può bastare perchè il resto della rosa non pare all’altezza di recitare un ruolo di primo piano. Tra gli altri arrivano il terzino inglese Tony Dorigo ma anche Lorenzo Minotti, che giunge in granata al tramonto della carriera. Giocatori di cui Souness ignorava l’esistenza per non parlare delle difficoltà dell’allenatore con la lingua (per chiamare l’attaccante Felice Foglia si affidava alla traduzione letteraria: “Happy Leaf”). Menomale che nel silenzio generale arriva almeno Tonino Asta, uno destinato ad entrare nella storia del club.
Il 31 agosto, mentre il mondo è sconvolto per la tragica fine di Lady Diana, si consuma nel pomeriggio il primo capitolo della farsa granata: l’Ancona supera 1-0 il Toro al debutto in campionato. Souness si rifiuta di visionare le videocassette degli avversari, troppo sicuro com’è delle proprie capacità e di quelle della sua squadra. Ma in trasferta la media è da retrocessione: alla quarta giornata il Toro crolla 3-0 a Pescara e due settimane dopo ne becca quattro a Verona. L’esonero del tecnico scozzese è inevitabile come scontata è anche la scelta del sostituto, quell’Edy Reja che con il suo Brescia aveva sconfitto il Toro nella prima partita della gestione Vidulich facendo dire al neo-presidente la frase: “A me non piacciono gli allenatori zonaioli”, parole che segnarono la fine dell’era Sandreani e che contemporaneamente gettavano un ponte verso Reja.
Ma l’esordio del tecnico friulano è da incubo: 0-4 in casa contro il Venezia, c’è addirittura chi pensa che bisognerà lottare per salvarsi. Reja si dimostra però da subito un allenatore di poche parole ma preparatissimo, capace di entrare in sintonia con il popolo granata grazie al lavoro: siamo ad ottobre ed il mercato consente d’intervenire. Arrivano i difensori Mauro Bonomi e Fattori ed il regista Brambilla: saranno tre pedine fondamentali per diversi anni e nell’immediato daranno il là al lento rilancio granata. Quattro vittorie e tre pareggi nel segno di Ferrante e Claudio Bonomi aggiustano la classifica, ma non basta.
A gennaio arriva anche un portiere, Luca Bucci, che sostituisce Pastine, a sua volta rimpiazzo dell’incerto Casazza. Il Toro inizia ad assumere un insieme di organico più che buono ma, si sa, le rincorse si pagano così il 1998 si apre con una brutta serie di sconfitte in trasferta contro Lucchese (tre gol subiti in mezz’ora) e Padova mentre il 22 febbraio c’è anche la pesante caduta interna contro il Pescara. Reja ha dato un volto ed un’organizzazione alla squadra ma lo spettacolo è un’altra cosa e soprattutto questo Toro sembra troppo timoroso, difetto che si scontra con la necessità di rimontare in classifica. Serve più coraggio e personalità, ma certi difetti non si correggono in corsa, come si scoprirà in seguito.
Nonostante questo la primavera regala una squadra brillante dal punto di vista fisico capace di non fallire quasi mai in casa e di piazzare bei colpi in trasferta ma la lotta promozione è una corsa serrata con Cagliari, Venezia e Perugia, tutte in caccia dei tre posti rimasti perchè la Salernitana è ormai imprendibile. Ogni passo falso rischia di costare carissimo come accade al Toro con la “fatal” Castel di Sangro: come la stagione precedente i granata cadono ancora in Abruzzo ma se un anno prima era stato un ko indolore in una stagione ormai compromessa, questo scivolone segna l’inizio del declino.
È il 10 maggio, sette giorni dopo si consuma una delle “giornate granata” per eccellenza: al “Delle Alpi” arriva una Salernitana ormai quasi in A, il Toro deve vincere per continuare la corsa. Ma succede ciò che mai prima d’ora s’era registrato in una partita di calcio: a tre giocatori del Toro, Sommese, Citterio e Brambilla, saltano i legamenti del ginocchio. Stagione finita e finale di campionato sempre più in salita, sembra una domenica stregata ma Carparelli fa esplodere lo stadio a dieci dalla fine. Il Toro ormai è atteso da quattro finali ma solo la prima contro la Reggiana viene vinta. A 270′ dalla fine ci sono due punti di vantaggio sul Perugia ma emerge la paura di vincere che insieme alla stanchezza per la rimonta effettuata ed alla serie di infortuni formerà un cocktail fatale nè aiutano le voci sul possibile ritorno in panchina di Mondonico anche in caso di promozione. In calendario c’è ancora lo scontro diretto in Umbria: in casa contro il Chievo occorre vincere ma i gialloblù di Baldini sono motivatissimi e non risparmiano entrate dure. Cerbone gela il pubblico del Toro, Tricarico rimedia subito ma finisce 1-1 tra le polemiche per l’atteggiamento dei veronesi. Ma il peggio deve ancora venire.
La settimana che precede lo scontro diretto di Perugia è da cronaca nera: nel ritiro del Toro in Umbria fanno irruzione alcuni tifosi biancorossi che aggrediscono il secondo portiere granata Casazza. La tensione è alle stelle ed in campo il Perugia è intimidatorio: un’entrata killer di Materazzi manda ko Lentini dopo mezz’ora, il campo si trasforma in una corrida. Il Toro è in formazione rimaneggiatissima, va sotto ma il giovane Comotto ristabilisce la parità che dura fino al 78′ quando Tangorra fa il 2-1 ed ipoteca lo spareggio. L’ultima giornata è pleonastica, vincono entrambe e mentre Venezia e Cagliari festeggiano la promozione Torino e Perugia dovranno giocarsi tutto in uno spareggio che s’annuncia infuocato.
Il campo neutro prescelto è quello di Reggio Emilia: 21 giugno, ore 16, al “Giglio” fa un caldo incredibile. Arbitra Cesari, un’internazionale, in settimana sono corsi fiumi di inchiostro al veleno tra le due squadre ed in campo c’è l’ideale prosecuzione del duello rusticano di due settimane prima. Per il Toro si mette male da subito perchè Tricarico cade nel tranello delle provocazioni rifilando una gomitata a Colonnello e lascia il Toro in dieci dopo meno di un quarto d’ora: Reja già in piena emergenza deve rivedere i suoi piani, il Perugia sembra poter dominare il campo e per i granata l’obiettivo massimo sono i supplementari. In campo però ci sono dieci leoni che danno più del massimo, Bucci si fa male subito ad un dito ma non vuole uscire, a Reggio Emilia va in scena una delle ultime giornate da vero cuore Toro.
Incredibilmente il Torino riesce a controllare gli attacchi avversari ed anzi meriterebbe il vantaggio ma a quindici dalla fine il Cobra Tovalieri getta tutti nello sconforto, tutti tranne Ferrante che con una zampata delle sue mette a posto le cose quattro minuti dopo con la ventesima rete di una stagione fantastica: è un Toro che non muore mai ed anche nei supplementari i granata rischiano poco. Vincitori morali della sfida, i ragazzi di Reja si giocano tutto ai rigori dove nonostante 120′ di fatica ed il caldo insopportabile vanno tutti a bersaglio, tranne Tony Dorigo: il suo sinistro si spegne sul palo e Tovalieri consegnerà la serie A al Perugia dopo anni.
Il sogno del Toro si frantuma davanti alle parole del terzino inglese pronunciate negli spogliatoi: “I am sorry“. Cravero, all’ultima partita della carriera, piange inconsolabile in mezzo al campo, ma per tutti gli eroi di un pomeriggio che più granata non si può ci sono solo applausi e ringraziamenti dai tanti tifosi accorsi a Reggio Emilia. La serie A sfugge per il secondo anno consecutivo ma il Toro ha almeno ritrovato il carattere di un tempo: il nuovo assalto alla promozione passerà dal volto amico di Emiliano Mondonico.
(4- continua)

Davide Martini








