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La storia del Toro in serie B: stagione 1996-'97

(foto: www.repubblica.it) Una delle massime più comuni e forse abusate nel pianeta calcio è: “il difficile non è salire in vetta, ma rimanerci”. In fondo riguarda la vita in generale ma[...]

Centrocampista Torino Fc 1996-2003
(foto: www.repubblica.it)

Una delle massime più comuni e forse abusate nel pianeta calcio è: “il difficile non è salire in vetta, ma rimanerci”. In fondo riguarda la vita in generale ma non c’è dubbio che nel mondo dello sport ciò sia ancor più evidente. In modo particolare il calcio, e soprattutto il calcio di oggi, sempre pronto a spedirti nella polvere dopo averti innalzato agli altari pochi minuti prima, è una macchina infernale che non lascia respiro: quello che oggi è buono, domani può diventare disastroso.

Nel suo piccolo questa è la storia vissuta dal Toro durante gli anni ‘90. La promozione in A a suon di record del 1990 aveva riacceso gli entusiasmi e fu così che nel primo lustro dei ‘90 i tifosi del Toro hanno vissuto un autentico sogno. La finale Uefa persa nel 1992 contro l’Ajax fu celebrata come una vittoria: solo tre pali avevano negato ai granata la prima gioia europea ma quel gruppo di giocatori, da Bruno a Fusi, da Lentini a Casagrande era ormai entrato per sempre nella storia del club al pari ovviamente di chi li guidava dalla panchina, Emiliano Mondonico.

E poi l’epica vittoria in Coppa Italia della stagione seguente nell’incredibile doppia finale con la Roma, stravinta all’andata e quasi strapersa al ritorno per colpa anche di tre rigori a sfavore: ma allora era già cambiata la proprietà, i guai giudiziari avevano sbattuto in carcere Borsano ed al capezzale di un Toro sempre più ansimante era arrivato l’eccentrico notaio Roberto Goveani. Per i colori granata, però, era ormai arrivato il momento di pagare il prezzo salatissimo di anni vissuti oltre le proprie possibilità: i conti del club sono sempre più in sofferenza e lo spettro del fallimento diventa sempre più opprimente. Anche la gestione Goveani infatti ha lasciato debiti ovunque e nella primavera del 1994 il Toro sembra giunto al capolinea: a salvare in extremis (e forse oltre, ma questa è un’altra storia…) il vecchio cuore granata ci pensa Gianmarco Calleri, imprenditore piemontese specializzato in operazioni disperate (fece lo stesso con la Lazio a metà anni ‘80). La sua è una corsa contro il tempo coronata in piena zona Cesarini quando i libri contabili sono già stati consegnati in tribunale.

Dal funerale alla serie A in poche settimane: il romanzo del Toro può continuare, ma la storia dirà che si tratterà solo di una breve illusione. Tant’è, ma la stagione 1994-’95 viene consegnata agli almanacchi come una delle più belle della storia granata: il piazzamento è modesto ma considerando come si era partiti la salvezza equivalse a più di uno scudetto. Calleri infatti, per non staccare la spina al povero Toro, aveva dovuto vendere tutto ed anche di più: azzerato il settore giovanile, la macchia più grande della sua gestione, via decine di dipendenti dell’era Borsano, ovviamente venduti tutti i giocatori più importanti.

Ma dopo la grande gioia, l’estate del ‘95 verrà inserita nel libro delle illusioni perchè lo strombazzato acquisto di Hakan Sükür sarà il simbolo di un mercato disastroso: Calleri è nell’occhio del ciclone dei tifosi che con lui non intravedono futuro oltre l’emergenza, la terza retrocessione arriverà inevitabile e, per la prima volta nella storia, addirittura con due giornate d’anticipo. Ma a differenza delle due precedenti occasioni, il Toro non si affaccia alla serie cadetta con la certezza di chi è di passaggio: Calleri è ancora (controvoglia) al comando della società ma la realtà della retrocessione è un colpo durissimo per i conti societari, ancora provati dalla paura di due anni prima.

Insomma, si deve provare a tornare in A con quello che c’è. Tradotto: tanti giovani ed un allenatore emergente, Mauro Sandreani. Estate ‘96: mentre l’Italia fa le ore piccole per vedere le Olimpiadi di Atlanta e mentre nel mondo si balla al ritmo della Macarena, il Toro decide di cominciare la stagione a Gubbio, insolita sede scelta per il raduno con il chiaro intento di stare lontani dalle contestazioni. Ma ciò non potrà nascondere i limiti tecnici: della squadra retrocessa rimangono solo Cravero, tornato da un anno, Maltagliati, Mezzano e capitan Cristallini mentre il salto di qualità doveva essere affidato a Matjaz Florijancic, sloveno ex Cremonese poco genio e tante pause, ed al regista Alessio Scarchilli (nella foto) in cerca di rilancio. Il colpo di mercato più indovinato però lo piazza il ds Giorgio Vitali negli ultimi giorni di trattative andando a prelevare dal Parma Marco Ferrante: arrivato nell’indifferenza generale, diventerà il simbolo del Toro per oltre un lustro nonchè uno dei migliori cannonieri della storia granata.

I tempi di Fascetti, Lentini e Müller sono lontani, la sensazione è che per andare in A bisognerà fare un’impresa nonostante il gioco spumeggiante di Sandreani inviti all’ottimismo. L’inizio non è incoraggiante: è vero, la squadra è tutta nuova ed inesperta ma una sola vittoria nelle prime quattro giornate (al debutto, quando un tiro senza pretese di Florijancic passa sotto la pancia del portiere del Cesena Fiori) è un brutto segnale. È la continuità a difettare a questo Toro che lotta e corre come mai prima in serie B ma non riesce mai ad infilare tre vittorie consecutive per tutto l’autunno. E pensare che a differenza delle precedenti due partecipazioni, questa squadra riesce a vincere spesso in trasferta: così per i primi mesi bisogna esaltarsi solo con i blitz di Padova nel finale, sempre firmato Florijancic, o quello rocambolesco di Foggia dove il Toro avanti 3-0 a dieci minuti dalla fine finisce per vincere 4-3 col fiatone. Da film il 3-3 contro il Genoa dell’8 dicembre con il Toro sempre sotto ma capace di rimontare tre volte con firme da rubrica Meteore: oltre a Scarchilli infatti segneranno Valeriano Fiorin ed il povero Paolo Martelli, difensore che morirà poi in un incidente stradale due anni e mezzo dopo.

“Ma dove vai se una difesa non ce l’hai?” La classifica tiene comunque incollato il Toro ai primi posti e ad inizio ‘97 sembra addirittura poterci essere la svolta. A firmarla è Marco Ferrante che si sblocca contro il Castel di Sangro il 23 dicembre dando il via alla serie di cinque successi di fila: memorabile il 4-2 alla Reggina del 5 gennaio 1997 tutto firmato da Marco-gol, che realizza così il primo dei suoi tanti record in maglia granata. La squadra sembra aver trovato un equilibrio con il 4-4-2 ma a febbraio la macchina s’inceppa: tre pareggi ed una sconfitta segnano il progressivo distacco dalle prime posizioni, il successo in extremis di Cosenza sarà solo un’illusione perchè prima e dopo le sconfitte negli scontri diretti contro Empoli e Brescia fanno capire definitivamente che a questa squadra manca il carattere nei momenti decisivi. In realtà manca anche la qualità ed una panchina all’altezza perchè dietro Ferrante e Florijancic in attacco non c’è nulla.

Il 23 marzo intanto, proprio nella gara interna contro il Brescia, s’inaugura la nuova gestione entrata in scena ufficialmente cinque giorni prima: Calleri ha infatti venduto all’ineffabile poker genovese formato da Massimo Vidulich, Renato Bodi, Davide Palazzetti e Roberto Regis Milano, i proprietari del leggendario marchio HSL, acronimo di Hic Sunt Leones, agenzia che forniva non meglio precisate “consulenze strategiche”. Il presidente sarà Vidulich, genoano convinto: cosa l’abbia portato al Toro ancor oggi è un mistero, se ne andrà tre anni dopo lasciando scoperti anche i conti della lavanderia mentre nel novembre 2007 l’Hsl sarebbe stata dichiarata fallita.

La scoppola casalinga contro il Padova del 6 aprile segna il capolinea di Sandreani: per la seconda volta nella storia il Toro esonera un allenatore in serie B ma se nel 1960 Ellena dovette solo gestire il dopo-Senkey, oggi al solito Lido Vieri è chiesto un miracolo che non può riuscire. La squadra è già staccata dalla zona promozione e nonostante manchino ancora dieci giornate alla fine la sensazione generale è che sarebbe meglio programmare il campionato successivo, sempre che ormai questo sia un verbo ancora utilizzabile in casa granata. Il Toro tocca il punto più basso della sua storia: mai era stato fuori dalla lotta promozione, la squadra è giovane e non sa cosa voglia dire difendere i colori granata fino in fondo così gli ultimi due mesi di campionato sono un autentico calvario.

Il 2 maggio si perde anche la faccia: il Genoa vince 3-0 ed il Toro chiude in otto. Nelle ultime cinque giornate arrivano quattro sconfitte ed il Torino aggiorna il proprio album di nefandezze: il 15 maggio arriva addirittura la sconfitta a Castel di Sangro, un 2-1 che farà arrossire tifosi e giocatori, nè il ricordo del pareggio di Licata di otto anni prima può alleviare l’amarezza perchè oggi il Toro è allo sbando e senza futuro. La malinconica cartolina di commiato giunge all’ultima giornata: il Ravenna passa addirittura per 4-0 in un “Delle Alpi” semideserto ed incredulo. Il Toro chiude la stagione al nono posto, con 48 reti subite a fronte delle 45 fatte: per la prima volta nella storia si fallisce l’immediato ritorno in serie A, si spera che la nuova società abbia le idee chiare per la stagione del riscatto, ma il fondo non è ancora stato toccato.

(3- continua)

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