Addio a Lino Grava, capitano della prima promozione

(foto: www.lastampa.it) Paragonarlo ai Miti di Superga forse è eccessivo, ma la sua importanza nel doloroso processo di ricostruzione dopo la tragedia non può essere sottovalutata, per questo la sua[...]

Lino Grava, difensore Torino 1950-1960
(foto: www.lastampa.it)

Paragonarlo ai Miti di Superga forse è eccessivo, ma la sua importanza nel doloroso processo di ricostruzione dopo la tragedia non può essere sottovalutata, per questo la sua scomparsa lascia un grande vuoto e toglie un altro pezzo di storia del Toro che fu. È morto dopo una lunga malattia Lino Grava, difensore che giocò in granata tra il 1950 ed il 1960 (salvo due stagioni in prestito all’Inter ed al Monza tra il 1952 ed il 1954). Nato a Vittorio Veneto nel 1927, il 5 marzo avrebbe compiuto ottantaquattro anni. Con 230 presenze complessive, durante le quali non ha mai avuto la gioia di segnare un gol, occupa il trentesimo posto della classifica di tutti i tempi ma il suo nome è legato soprattutto al primo anno di serie B quando con il suo consueto numero due sulla schiena guidò da capitano la pronta risalita in massima serie.

Prodotto del settore giovanile del Milan con cui esordì in serie A, Grava (solo omonimo dell’attaccante Ruggero che perì a Superga) fu uno dei tanti giovani calciatori che le società italiane mandarono al Toro subito dopo la triste fine degli Invincibili. Cominciò la carriera da terzino sinistro ma si spostò rapidamente a destra: tenace, antesignano di Omar Sivori nel suo giocare con i calzettoni arrotolati, molto veloce, fu un precursore dei difensori moderni: implacabile in marcatura, era dotato di una grande intelligenza tattica che gli permetteva di anticipare sempre le mosse dell’attaccante avversario. Seppe subito farsi amare dai tifosi granata che non chiedevano altro che giocatori pugnaci ed attaccati alla maglia per ricominciare. L’esordio in prima squadra non fu positivo: il 19 febbraio 1950 la Pro Patria sconfisse il Toro per 6-1, quel giorno Grava indossava la maglia numero tre perchè il terzino destro era ancora un certo Sauro Tomà, il difensore del Grande Torino che, causa infortunio, saltò il tragico viaggio a Lisbona.

Fu dalla stagione successiva che Grava divenne titolare inamovibile sulla fascia destra difensiva. Cambiarono gli allenatori ma il posto era sempre suo almeno fino al 1952, quando lasciò il granata per due anni per andare in prestito prima all’Inter, dove seppur da comprimario (una presenza) vinse lo scudetto del 1953, e poi al Monza. Tornò al Toro nel 1954 ed anche Annibale Frossi gli rinnovò la fiducia, nè la retrocessione del 1959 lo indusse alla partenza: la sua ultima stagione in granata fu proprio quella dell’immediata risalita, vissuta con la fascia da capitano al braccio nelle ventotto partite disputate, fino all’ultima delle 230 totali, il 5 giugno 1960 contro il Modena. Lui e Bearzot, insieme ad un giovanissimo Giorgio Ferrini, furono i trascinatori di quella squadra. L’anno successivo, a 33 anni, lascia il Toro per andare a concludere la carriera nel Verona.

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