Superga: fotogallery ed emozioni

(foto: www.torinofc.it) Ci si è contati, come sempre. Sotto la pioggia e tra la nebbia, come sempre. L’atmosfera unica e commovente di Superga anche quest’anno ha trasformato per qualche ora[...]

Filippo Antonelli lascia un fiore sulla lapide
(foto: www.torinofc.it)

Ci si è contati, come sempre. Sotto la pioggia e tra la nebbia, come sempre. L’atmosfera unica e commovente di Superga anche quest’anno ha trasformato per qualche ora il Torino nel Toro che era. E che non è più. Ma nonostante una folla come sempre sterminata, anche chi di cose granata è esperto non ha potuto fare a meno di notare che qualcosa non va più come prima: da Don Aldo a Franco Ossola (che, malinconicamente, è arrivato al punto di preconizzare “un futuro senza commemorazioni, perchè i giocatori di oggi che ne sanno del Grande Torino“), le voci disperate sul degrado dell’anima e dell’essenza granata, iniziato almeno vent’anni fa e sempre più evidente giorno dopo giorno, hanno aperto uno squarcio di ulteriore malinconia in un giorno storicamente triste e dedicato alla riflessione.

C’era come sempre tutta la squadra (tranne Sereni, in permesso per motivi familiari), tranne il presidente Cairo che nonostante ripetuti inviti e tanti tentennamenti alla fine non è salito al Colle: e se questo è stato il vero motivo per cui non ci sono state contestazioni, per cui la giornata è filata liscia senza gli squallidi episodi dello scorso anno, allora c’è davvero da pensare. Come ha osservato Don Aldo Rabino nella sua omelia, a Superga il popolo granata è solito contarsi e riflettere soddisfatto sulla magìa che si rinnova ogni anno, a prescindere dalla categoria in cui si gioca. Riflettere sulla capacità che il Toro ha avuto di rinascere sempre e solo grazie alla propria forza, quella della sua gente, più forte di ogni tentativo più o meno fraudolento di affossarlo. Ma se un tentativo di autocancellazione viene dall’interno, se è proprio la gente granata a farsi del male da sola con inutili guerre interne, il rischio vero è quello di sparire, se non materialmente almeno interiormente, ed un Toro senza identità e senz’anima non sarebbe più Toro.

L’assenza forzata del presidente è un vulnus difficilmente rimarginabile per chi i colori granata li ama davvero: certo la squadra e lo staff tecnico hanno vissuto con partecipazione ed un pizzico di meraviglia, come è tipico dei nuovi che vivono per la prima volta questa giornata, una commemorazione sempre toccante, ma questa volta gli assenti hanno avuto ragione. Perchè il cappellano granata ha pronunciato parole sante: non c’è categoria che tenga, il Toro e la sua essenza devono essere più forti di una retrocessione, di una mancata promozione ed anche di un futuro prossimo magari da vivere in serie B. Tanto non si sarà mai soli, finchè non lo si vorrà essere: gli Invincibili avranno sempre un occhio di riguardo per quelle maglie, a patto che chi è in vita ed ama davvero i colori faccia di tutto per unire e non dividere.

Rivediamo le foto più belle del sessantunesimo anniversario della tragedia: da quella toccante e da brividi che ripropone la facciata della Basilica quasi imperscrutabile causa nebbia proprio come nel 1949 a quelle che fotografano una chiesa ancora gremita, ogni anno, nonostante tutto. Fino alle immagini che ritraggono i giocatori: commossi come il capitano Bianchi al momento della lettura dei trentuno caduti o quasi spauriti come i giovani D’Aiello e Gorobsov. Chissà cosa conserveranno dentro di loro di una giornata così.


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