
(foto: www.lastampa.it)
Averlo visto sofferente, camminare a stento, alla festa del Centenario fu l’unica ombra di una giornata di festa: quel giorno intuimmo tutti che era arrivato un avversario insormontabile anche per un difensore implacabile come lui contro cui Roberto Rosato ha lottato per dieci anni. Ma quel 3 dicembre 2006, con il fisico provato ma la mente lucida, non aveva voluto mancare alla festa del “suo” Toro. Oggi allora tutti i tifosi granata, oltre alla società, piangono la sua scomparsa, avvenuta domenica mattina nella sua Chieri all’età di 67 anni. Era una notizia tristemente nell’aria, ma di quelle che si sperava non arrivassero mai.
Ha scelto di andaresene in un giorno speciale, lo stesso in cui la sua Italia giocava una partita fondamentale ai Mondiali (e come ci sarebbe bisogno oggi di difensori come lui), appena tre giorni dopo il quarantesimo anniversario dell’epica Italia-Germania 4-3, la partita del secolo di cui lui fu degnissimo interprete. E nella settimana in cui il Toro ha provato a riappropiarsi di quello spirito granata che solo può incarnare chi è cresciuto nelle giovanili del Toro: come Giacomo Ferri, come Franco Lerda. Come Roberto Rosato. Ma nei tanti anni della sua malattia Milan e Torino, i suoi due amori calcistici oltre alla Nazionale, non gli hanno regalato grandi gioie, in termini di risultati ma anche di senso di appartenenza, quello che lui ha saputo interpretare al meglio, fedele a due sole maglie, oltre a quella del Genoa con cui chiuse la carriera.
Con Rosato se ne va uno dei più forti difensori italiani di ogni tempo, capace di collezionare 37 presenze in Nazionale, Campione d’Europa nel 1968 e secondo a Messico ‘70. Lo chiamavano “Faccia d’angelo” per quel suo viso gentile e delicato, pronto in campo a trasformarsi nel più arcigno degli stopper: implacabile in marcatura, seppe abbinare a mezzi tecnici non comuni per un difensore un’attenzione costante per tutto l’arco della partita che lo portava a non perdere mai di vista il suo avversario diretto. Ma non si dica che era un calcio d’altri tempi perchè lui si sarebbe adattato senza problemi anche alla zona: è tutta una questione di testa, di applicazione e di intelligenza. Calcistica e non. Comunque non disdegnava un rinvio in tribuna, quando era il caso e quando il suo mentore Nereo Rocco lo imponeva.
La carriera di Rosato infatti si lega a doppio filo con quella del Paron, sebbene l’esordio nel Toro in prima squadra avvenne con Beniamino Santos in panchina nell’aprile ‘61 e fu proprio il tecnico argentino a lanciarlo come titolare la stagione successiva. Il campionato ‘62-63, però, Rosato lo perse quasi del tutto a causa di un grave infortunio, uno dei tanti che lo tormentarono in carriera togliendoli la possibilità di togliersi tante altre soddisfazioni.
Erano anni difficili ma belli, per il Toro: dopo l’immediato ritorno in A si stava costruendo lentamente un futuro importante grazie a giocatori prodotti nel vivaio come Rosato e grazie a campioni come Denis Law. La crescita fu graduale ma la logica impose di sacrificare i pezzi migliori. Rosato, nel ‘66, spiccò il volo verso la gloria pasando al Milan in cambio di Cesare Maldini e Mario Trebbi dopo sei stagioni con 153 presenze complessive e cinque gol nel Toro, con addirittura una doppietta nel 3-0 al Padova del 4 marzo 1962. Potè così raggiungere il suo “gemello” Gianni Rivera, piemontese come lui e come lui nato il 18 agosto 1943. Un anno dopo si ricreò il sodalizio con Rocco ed ecco fioccare i trionfi: una Coppa delle Coppe, uno scudetto, una Coppa Campioni ed una Intercontinenale, la Nazionale e l’Olimpo del calcio italiano.
Fu Santos però ad avere l’intuizione di spostarlo dalla fascia destra al centro, prima come mediano e poi come stopper, dopo appena una giornata del campionato 1961-’62, per farne risaltare le doti di intelligenza tattica, più che quelle fisiche: perchè in borghese Rosato tutto sembrava meno che un fuoriclasse. Viso gentile e fisico non eccezionale: ma era campione nella testa, di quelli che oggi non ne esistono più. Chissà se i difensori moderni, se i giocatori dell’Italia che ieri hanno indossato il lutto al braccio, sanno chi è stato Rosato. Basterebbe rivedersi qualche filmato d’epoca e soprattutto le struggenti immagini del Centenario granata: Faccia d’Angelo è volato via, ma la sua classe accompagnerà sempre chi lo ha conosciuto.

Davide Martini








