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Lerda, un predestinato dal sangue granata

La storia di Franco Lerda. Da giovanissima promessa del vivaio del Toro al primo gol in serie A al divorzio. Una carriera da giocatore sotto le aspettative ma un futuro assicurato da tecnico. In granata è arrivato un predestinato.

Lerda sorride: il Toro �¨ suo
(foto: www.laprovinciadivarese.it)

Da giocatore c’è arrivato troppo presto, da allenatore con (almeno) un anno di ritardo. Dire che gli abbiamo tirato la volata sarebbe eccessivo ed ingeneroso verso chi si è poi realmente seduto sulla panchina del Toro. Ma di Franco Lerda abbiamo parlato a più riprese: all’inizio dell’estate scorsa, quando subito dopo la retrocessione Cairo navigava ancora a vista nella scelta del sostituto di Camolese, e poi a novembre quando si presentò all’”Olimpico” per la prima volta da allenatore avversario con il Crotone.

Oggi quel giorno è arrivato, oggi Franco Lerda è il nuovo allenatore del Toro, la sua squadra del cuore. Ed allora è giusto esultare perchè in granata arriva finalmente un allenatore giovane, predestinato ad una grande carriera, un allenatore che punta sul gioco. Ed ha dovuto conquistarselo, quel posto dei sogni, costringendo i vertici granata a portarselo in casa se non altro per evitare di subire altre sconfitte. Il miglior modo per sconfiggere un nemico è portarselo dalla propria parte: ma, scherzi a parte, l’unico allenatore capace di rifilare due sconfitte su due partite in stagione al Toro dovrà sì ringraziare quelle due belle giornate ma anche senza i sei punti sarebbe entrato eccome nella lista dei papabili per il dopo-Colantuono.

Merito della cena avuta la scorsa estate con Cairo e Foschi, quando poco prima di virare su Colantuono il presidente del Toro fu incuriosito di conoscere quel giovane allenatore di cui tutti gli avevano parlato benissimo, seppur appena reduce dalla cocente delusione patita sulla panchina della Pro Patria, sconfitta in extremis dal Padova nella finale di ritorno dei playoff di Prima Divisione dopo aver condotto una stagione sopra le aspettative considerando i seri problemi societari dei bustocchi, che condussero poi al fallimento ed all’arrivo della famiglia Tesoro, proprio quella che in inverno si propose per acquistare il Toro.

Ma un’altra volta Lerda aveva provato a mettere il bastone tra le ruote al Toro: accadde il 6 maggio 1990 quando con una doppietta realizzata con la maglia della Triestina rischiò di far saltare la festa promozione del Toro di Fascetti, che comunque grazie al 3-3 finale riuscì a tagliare il traguardo dell’immediato ritorno in serie A. Ed allora forse era destino che Franco ed il Toro dovessero festeggiare insieme: perchè lui del Toro è sempre rimasto tifoso anche quando la società decise di non puntare più su di lui come giocatore.

E pensare che gli esordi al Fila erano stati promettentissimi dall’alto di un’ottima tecnica e di un fisico non dotatissimo ma in grado di farsi rispettare seppur in un calcio che ancora non faceva della forza fisica il primo indispensabile requisito. D’altronde non si può che guardare con fiducia ad un ragazzo che viene fatto esordire prima in Europa che in campionato: il battesimo con la maglia della prima squadra avvenne a Spalato, non il più facile dei campi, il 6 novembre 1985, a diciotto anni e neppure tre mesi, quando subentrò ad un certo Leo Junior al 71′ della partita di ritorno dei sedicesimi di finale di Coppa Uefa contro l’Hajduk per tentare di recuperare il 3-1 che, combinato con l’1-1 del Comunale, costò poi l’eliminazione ai granata. Dall’altra parte c’erano campioni come Sliskovic ed Asanovic ma Radice puntò su di lui, fatto che si ripetè altre quattro volte nella stagione successiva sempre in Uefa.

Sono state invece cinque le apparizioni in campionato: debutto il 24 novembre 1985, venti giorni dopo la prima europea, subentrando a Walter Schachner negli ultimi quattro minuti della partita, stravinta per 4-1, contro il Pisa. Ed in quel Pisa, chiamatele se volete coincidenze, non giocò Colantuono che quel giorno era squalificato. Ma nella precocissima e fugace carriera di Lerda in granata c’è stato spazio anche per il debutto da titolare in A nientemeno che in un derby: 16 febbraio 1986, diciannove anni ancora da compiere ma Radice lo butta nella mischia contro la Juventus capolista e futura campione d’Italia: finisce 1-1 e pazienza se il pareggio di Zaccarelli arriva a tre dalla fine quando Franco ha lasciato il posto da otto minuti a Pedro Mariani. Per la prima stagione da pro può essere soddisfatto ma il ristretto parco attaccanti del Toro, limitato a Schachner ed al giovane Antonio Comi, era fatto apposta per far esordire giovani talenti.

La stagione successiva le presenze lievitarono, diventando quattordici ed arrivò anche la gioia del primo e decisivo (1-0 il finale) gol in serie A, il 12 0ttobre 1986 alla seconda assoluta da titolare contro l’Empoli. Ma dopo un inizio stagione da protagonista, con otto gettoni nelle prime dieci giornate, Franco scivolò un pò nelle gerarchie di Radice dimostrando soprattutto uno scarso feeling con il gol, che sarà poi la causa di una carriera al di sotto delle aspettative. Tant’è ma a fine stagione arriverà il sofferto divorzio dal Toro: arrivato forse in alto troppo giovane e con la maglia della squadra del cuore, non seppe essere profeta in patria.

La carriera da calciatore è comunque proseguita su discreti livelli con le maglie, tra le altre, di Brescia, con cui è promosso in A nel ‘94, Napoli e soprattutto Cesena, l’unica squadra con cui seppe andare in doppia cifra in serie B per due anni consecutivi, 11 gol nel ‘92 e 14 la stagione successiva. Detiene il non entusiasmante primato di essere uno dei centravanti con la peggior media-reti in serie A (sono appena tre le sue reti complessive nella massima serie in trentatre presenze) della storia ma è da tecnico che sembra destinato a riscattarsi.

Gli esordi a Saluzzo nel 2005, dove ottenne la salvezza dopo una lunga rimonta, fecero già capire molto. Le tappe successive segnarono un’esclation continua ed inarrestabile: dal Casale in serie D poteva già arrivare al Toro per allenare la Primavera ma rifiutò cortesemente, perchè “ormai ho scelto di allenare i grandi e non torno indietro”. Scelta coraggiosa di chi sa quanto vale. Eccolo allora a Pescara nel 2007 in C1 ma ecco anche la prima avventura in una società instabile. Il pericolo fallimento è in agguato, ma lui con una squadra costruita in pochi giorni sfiora la zona playoff, mancata solo a causa di un punto di penalizzazione. Il capolavoro lo fa alla Pro Patria, dove regala il sogno della serie B ad una società storica ma crolla sul più bello, negli ultimi minuti del ritorno della finale playoff contro il Padova, dopo un altro anno kafkiano condotto sull’orlo del fallimento e senza stipendi.

Potrebe già arrivare al Toro ma dopo la delusione della retrocessione Cairo non se la sente di scommettere su un deb ed allora punta su di lui il Crotone: un altro anno magico dopo qualche difficoltà iniziale, ancora due punti di penalizzazione perchè neppure qui può lavorare con tranquillità ma nei mesi il lavoro paga, arrivano punti e spettacolo ed i playoff sfiorati. Ora potrà giocare per vincere, ora potrà avere a disposizione una squadra da prima fila, lui che del calcio propositivo ha fatto una bandiera.

Il modulo di riferimento è il 4-2-3-1, presentato in tutte le squadre allenate finora: due mediani a fare legna e poi spazio alla grande fantasia dei tre trequartisti alle spalle dell’unica punta, chiamata comunque a partecipare al gioco e non ad aspettare passivamente il pallone. Perchè nel calcio di Lerda gli attaccanti sono i primi difensori e qualche licenza (non troppe, comunque) la si può concedere solo alle due ali, che devono essere veloci, portate al sacrificio ed abili tecnicamente. Ma per tutti è vietato rilassarsi: Lerda ha fama di un allenatore pignolo e meticoloso, attentissimo nella preparazione degli schemi su palla ferma ed anche molto esigente. Chiedere conferma in proposito a Gabionetta, che con Lerda si è consacrato a Crotone ma che ha dovuto anche fare i conti con i duri richiami del tecnico deciso a ridurre i frequenti rilassamenti del brasiliano. Ma non dite che è un integralista, sa anche cambiare modulo all’occorrenza. Avrebbe sicuramente già meritato la serie A, ma ha preferito arrivarci col Toro: finora si è sempre fermato sul più bello, ad un passo da traguardi impensabili. L’ultimo passo lo dovrà fare sulla panchina del cuore.

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