Questo sito contribuisce alla audience di

Hall of Fame: Adolfo Baloncieri

Adolfo Baloncieri è stato uno dei calciatori italiani più forti di ogni tempo ed uno dei migliori di sempre che abbiano indossato la maglia del Toro. Al suo nome è legato il primo scudetto della storia granata ed anche le prime soddisfazioni del settore giovanile, di cui si prese cura appese le scarpe al chiodo. Oggi ricorre il 113° anniversario della sua nascita.

Adolfo Baloncieri: un mito del calcio italiano
(foto: digilander.libero.it)

Nella storia di una società di calcio, si sa, i numeri dieci hanno sempre un posto di riguardo. Dagli albori del romanzo del pallone questa maglia ha portato con sè un fascino particolare: sarà per la struttura opposta delle cifre, un numero slanciato ed uno rigonfio, sarà perchè tradizionalmente i più grandi giocatori di sempre l’hanno indossato. La storia del Toro non fa eccezione, anzi se possibile ha fatto “scuola”: sono state poche, infatti, le società di calcio che hanno potuto vantare due autentici fuoriclasse, due leggende del pallone con la stessa maglia già prima degli anni ‘50. Di Valentino Mazzola si sa quasi tutto, e ciò che non si sa è contenuto nel mistero di quanto avrebbe potuto dare al calcio italiano se il destino non si fosse messo in mezzo. Non altrettanto conosciuto è il “10″ che l’ha preceduto al Toro: Alfonso Baloncieri.

Oggi ricorrono centotredici anni dalla nascita del protagonista del primo (o dei primi due, se volete) scudetto della storia del Toro, che nacque a Castelceriolo di Alessandria il 27 luglio 1897 ma da una famiglia originaria di Caselle, quindi torinese doc. Un’occasione imperdibile per saperne di più su uno dei calciatori più forti di ogni tempo che abbiano vestito la maglia granata e quella della Nazionale. Perchè Baloncieri è stato anche una gloria con la casacca azzurra, con cui visse da protagonista due Olimpiadi: con venticinque reti è tutt’ora al terzo posto della classifica all-time di reti segnate oltre che terzo granata più azzurro di sempre dopo Graziani e Dossena.

Ed allora non c’erano le difese a zona e la Nazionale non giocava così tante partite: insomma, segnare venticinque reti in quarantasette partite è stato qualcosa di leggendario, come tutta la carriera di questo centravanti arretrato dai piedi buonissimi ma anche dalla visione di gioco sopraffina, degna di un regista, che provò poi a ripetere anche da allenatore per trent’anni durante i quali meravigliò generazioni di giocatori con le sue punizioni dirette al sette, una carriera che lo portò, tra le altre, sulle panchine di Roma, Sampdoria e Milan, oltre che del Toro, dove iniziò la sua seconda carriera nel 1931-’32 come vice di Aliberti nell’ultima stagione da calciatore. E proprio da qui bisogna partire per tracciare la sua parabola granata: in suo nome infatti nacquero i Balon Boys, il settore giovanile del Toro che dal 1928 iniziò a produrre campioni in serie divenendo una scuola di vita oltre che di tecnica. Nessuno riuscì mai a toccare i picchi di classe di Baloncieri, ma fu un modo per renderlo immortale.

Fino a sedici anni aveva vissuto da emigrato in Argentina ma era alessandrino come un certo Gianni Rivera e come lui fu un universale: si trovava a suo agio sia come regista che come finalizzatore del gioco. Fu insomma il classico centravanti di manovra dell’epoca, ma anche un precursore perchè nessuno prima di lui fu così abile nel vedere il compagno smarcato tra le linee e nel servirlo con la massima precisione. Ma nel breve volgere di un battere di ciglia lo si vedeva al centro dell’attacco, a firmare in prima persona gol spettacolari. Di lui si accorse il Conte Enrico Cinzano che lo portò al Toro nel 1925 per 70 mila lire: c’era da spezzare il dominio della Juventus e nessuno poteva riuscirci meglio di Balon nonostante avesse già 28 anni.

Tecnico giramondo, ma centrocampista con una sola bandiera: da giocatore Baloncieri, dopo gli esordi all’Alessandria, fu fedelissimo ai colori granata, indossati dal 1925 al 1932 per 192 volte con 97 reti, un bottino staordinario per uno che punta non era. I tifosi dell’Alessandria non la presero bene ma ben presto tutto il calcio italiano si accorse delle enormi potenzialità di uno dei terzetti più forti di sempre: con Julio Libonatti e Gino Rossetti trascinò il Toro ai primi successi. Si completavano a vicenda anche se Baloncieri era il più forte proprio per quella sua completezza che ne faceva l’assist man ed il goleador, il regista ed il leader del gruppo per doti morali ed intelligenza tattica. I suoi numeri parlano di novantaquattro reti in 19o partite nel Toro.

Sincera ma inquietante la sua verità sullo scudetto revocato del ‘27, prima gioia toccata ma subito naufragata della storia granata: secondo lui “il Toro l’aveva regolarmente comprato, “ammorbidendo” non solo Allemandi ma anche Rosetta. Ineffabile. Ma la stagione seguente trascinò i compagni alla meritata rivincita: fu il primo scudetto, stravinto dalla squadra migliore che poteva vantarsi di avere come fulcro uno dei più forti calciatori di sempre. Segnò 30 reti disputando tutte le partite di campionato: addirittura sette quelle rifilate alla Reggiana nel 14-0 del 5 febbraio 1928. Libonatti fece meglio con trentacinque ma fu un trionfo di squadra, giunto dopo un fantastico crescendo dopo una partenza difficile, frutto della delusione. Mai prima e dopo di lui un giocatore del Toro è riuscito a segnare tante reti in una stessa partita: è l’unico record che gli è rimasto, l’unico dato che lo fa conoscere a chi ignora la storia del Toro. Amaro il dopo calcio, segnato dalla morte del figlio: trascorse gli ultimi anni a Genova, triste ed in condizioni economiche non floride, in compagnia della figlia rimastagli, fino alla morte che lo colse il 25 luglio 1986, due giorni prima di compiere 89 anni. Ma il suo nome rimarrà scritto per sempre nell’Olimpo granata.

Ultimi interventi

Vedi tutti