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Hall of Fame: Lido Vieri

Compie oggi settantun anni uno dei più grandi portieri della storia granata, Lido Vieri. Quarant'anni di vita dedicati al Toro in ruoli diversi ma sempre con lo stesso amore per la maglia. Portiere, preparatore, ed anche allenatore. Per il granata ha rifiutato la Juve ed accettato a malincuore l'Inter.

Lido Vieri: un'icona della storia granata
(foto: www.magliarossonera.it)

I piombinesi, si sa, tengono molto alle loro origini. E tengono a non essere confusi con i livornesi. Gente determinata, di carattere: nella storia del Toro ce ne sono stati tre, e tutti hanno scritto pagine importanti. L’ultimo in ordine di tempo è stato Nedo Sonetti, artefice di una salvezza miracolosa nel ‘95, prima di lui si ricordano due monumenti del lungo romanzo del Toro: Aldo Agroppi, granata nelle vene, che ha avuto la sfortuna di lasciare la squadra l’anno dello scudetto e Lido Vieri, “pinza” per gli amici.

Approfittiamo del compleanno del grande Lido, che oggi compie 71 anni, per assegnargli il ruolo che merita nella Hall of Fame granata di tutti i tempi. Lui che ha attraversato tante generazioni con la maglia del Toro addosso, in diversi ruoli, lui che al bene del Torino ha dedicato quasi quarant’anni, prima di essere tristemente allontanato come un oggetto vecchio ed inutile dalla gestione Cimminelli. Proprio lui che, cresciuto nel mitico vivaio degli anni ‘50, i colori granata se li sentiva tatuati addosso e non avrebbe mai voluto lasciarli, al punto di rifiutare la chiamata dell’amico Marcello Lippi, suo compagno alla Pistoiese a fine carriera, che lo aveva chiamato alla Juventus per allenare i portieri mentre a malincuore, nel 1969, accettò il trasferimento all’Inter, non più Grande ma in grado di garantirgli un salto di qualità, uno scudetto ed un lungo record d’imbattibilità.

Basterebbero questi aneddoti per far capire anche ai più giovani che giocatori così il Toro ne ha avuti pochi, negli ultimi trent’anni. Al sesto posto assoluto nella classifica di presenze con 357 gettoni, la carriera di Vieri ha attraversato gioie e dolori del Toro anni ‘60. Dopo un anno di prestito al Vigevano si puntò forte su di lui nel 1959: nel settore giovanile aveva dato prova di una forza fisica, di un’esplosività e di uno stile che non potevano ingannare. Lido Vieri sarebbe stato il portiere del futuro ed ha capirlo fu Federico Allasio, chiamato sulla panchina granata nella stagione 1958-’59: rimarrà solo undici partite ma a lui va il merito di aver creduto per primo nelle doti di Lido. Il suo primo anno in granata coincise con la prima retrocessione della storia ed allora, per non bruciarlo, la società scelse di ingaggiare per la cadetteria l’esperto Soldan mentre Vieri sarebbe tornato utile appena tornati in serie A.

Così fu e dal 1960 iniziò il lungo romanzo d’amore tra Vieri ed il Toro, lungo nove anni ed impreziosito dalla Coppa Italia del ‘68 nonchè dalle inevitabili convocazioni in nazionale, anche se il secondo posto nel Mondiale messicano e la vittoria nell’Europeo casalingo le visse solo da riserva. Vieri è stato uno dei più forti portieri italiani di ogni tempo e di certo uno dei primi tre della storia granata: alla parata spettacolare ha sempre preferito quella efficace pur all’interno di uno stile sempre impeccabile, tipico dei portieri della sua epoca ma specchio dello stile che lo ha contraddistinto come uomo. Dotato di un fisico eccezionale, aveva tra i pali una dote rarissima nel calcio di oggi: il senso del rischio, che lo portava ad uscite tempestive ma temerarie, di faccia, senza temere di subire colpi in faccia. È questa una delle caratteristiche che oggi differenzia un grande portiere dalla maggioranza che si dedica ad improbabili uscite coi piedi.

Appesi i guanti al chiodo, ovviamente non c’ha pensato un attimo a tornare al Toro, dopo aver provato ad intraprendere la carriera di allenatore, impreziosita da una promozione in C2 con la Juve Stabia. Come preparatore dei portieri granata inizia allora la sua seconda parte di vita dedicata al Toro, scoprendo il talento di Luca Marchegiani ma soprattutto mettendo a disposizione la sua esperienza ai tanti estremi difensori che prova a forgiare. Far crescere portieri emergenti per farne possibili talenti è il suo nuovo mestiere, ma quando il Toro lo chiama a ricoprire altri incarichi non può farsi trovare impreparato. È nelle vesti di allenatore allora che lo conosce la maggior parte dei tifosi granata più giovani. Purtroppo, però, è chiamato a sedersi sulla panchina del Toro in tre momenti difficili di altrettante stagioni consecutive, due delle quali conclusesi con amari verdetti: ci si affidò a lui come parafulmine e carta della disperazione ma intanto si facevano già i piani per le stagioni successive. Nel ‘94-95 è l’allenatore a Foggia (vittoria per 2-0 il 25 settembre) nell’interregno tra l’esonero di Rampanti e l’arrivo (guarda un pò il destino) del concittadino Nedo Sonetti.

Più lunghe ma più amare le esperienze successive: nella primavera del ‘96 non riesce ad invertire un destino già tracciato che portò alla terza retrocessione della storia quando prende il posto di Scoglio (a sua volta subentrato a Sonetti). Quattro sconfitte consecutive come esordio prima dell’orgoglioso pareggio imposto al Milan futuro campione d’Italia. Stessa amara situazione un anno dopo quando viene chiamato a rilevare Sandreani ma la corsa alla promozione è già sfumata. Il suo misero palmares come allenatore con quattro sole vittorie su diciannove panchine granata non rende il giusto merito a chi al Toro ha dedicato un’intera vita. Tornò allora ad allenare i portieri, pur in un Toro sempre più povero e soprattutto lontano dai suoi ideali. Ma più ancora che le delusioni da allenatore a fargli male è stato il distacco forzato dai colori granata, decretato nel 2004 da Francesco Cimminelli. Fu la prima delle pugnalate dell’ex presidente alla storia granata.

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