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Hall of Fame: Luigi Meroni

Quarantatre anni fa moriva Gigi Meroni. Un calciatore diventato mito, l'eroe del dopo-Superga trovatosi troppo presto a far compagnia a quegli Angeli per un'altra fatalità. Campione eccentrico ma uomo dolce e sensibile, la sua è una storia non più di moda. Figlia di un'altra società e di un altro calcio.

Un giovanissimo Luigi Meroni approda al Toro: è il 1964

Gli hanno dedicato libri, documentari, mostre fotografiche, rappresentazioni teatrali, una bellissima puntata de La storia siamo noi e, ovviamente, un monumento ed un Toro Club. È passato tanto tempo ormai da quando Gigi Meroni ha lasciato un mondo di amici e la donna della sua vita per trasformarsi in un’icona del mondo granata. Eppure il suo ricordo è freschissimo, non solo in chi l’ha conosciuto, ed oggi, a quarantatre anni di distanza da quella maledetta serata, tanti tifosi del Toro rinnoveranno il ricordo di quella che ha rappresentato una seconda Superga.

In versi o in prosa sulla Farfalla granata si è detto e scritto di tutto, tra retorica e malinconica realtà. Oggi rimane un’immagine un pò sbiadita dal tempo ma che torna prepotentemente alla ribalta in tempi come quelli attuali, che vedono il mondo dei giovani pervaso da un’incapacità ed una poca voglia di vivere che si scontrano ossimoricamente con gli agi dell’era moderna. Gigi è stato il contrario di tutto questo: lui sì è stato felice, ha vissuto la sua breve esistenza seguendo l’istinto ed i suoi sogni, l’irrazionalità e l’anticonformismo, inseguendo e provando ad imitare il modello di George Best, il calciatore maledetto per definizione. Ma niente alcol (anche se quell’episodio dell’esame antidoping rifiutato all’epoca del Genoa non è mai stato chiarito e gli costò una squalifica, unica macchia di una carriera inespressa) e niente donne: Meroni è stato personaggio nel rispetto della professione che scelse e nel rispetto di tutti coloro che lo circondavano. Ha anticipato di qualche decennio l’ideale del calciatore da copertina, il sogno dei gossippari di oggi: ma in lui, a differenza dei finti eroi patinati di oggi, c’era sostanza, intelligenza e cuore. Perchè Meroni è stato un ragazzo buono e sensibile come se ne trovano pochi nel pallone moderno.

I calciatori contemporanei che vivono fuori dalle regole sono tutto tranne che modelli di comportamento: incapacità di stare alle regole di un gruppo, scarso attaccamento al proprio lavoro. Meroni invece è stato fuori dal tempi anche in questo: disponibile verso tutti i compagni, rispettoso verso gli allenatori, nessuno lo ha mai preso in giro per quella gallina che sguinzagliava in giro per la città, non solo perchè in fondo lo invidiavano ma perchè lui non ha mai fatto pesare il suo talento, enormemente superiore a quello di tutti i suoi compagni. Si è comportato come ha voluto, ha avuto tutto quello che ha voluto: eccentricità, denaro, fama, donne, il piacere di giocare al calcio e di partecipare ad un Mondiale. Solo che ne ha goduto per troppo poco tempo, fino a 24 anni: oggi ne avrebbe 67, e fa rabbia pensare a quello che avrebbe potuto dare e soprattutto dire dell’attuale mondo del pallone, ed anche del suo Toro.

Ma il destino lo ha strappato all’amore di chi lo ha conosciuto, amore che Gigi ha ricambiato a modo suo: poche parole, tanti piccoli gesti. Su tutti, ovviamente, spicca l’amore per Cristiana: la ragazza del luna park, conosciuta casualmente ma subito individuata come la donna della sua vita. È stata una storia tenera e travolgente, lontana anni luce da quelle lustrini e paillettes del calcio di oggi, una storia figlia d’altri tempi e conclusasi tragicamente: lei che viene costretta dalla famiglia ad un matrimonio che non vuole contrarre, perchè lei ama Gigi, il ragazzo famoso che nell’intimità si comporta come un timido spasimante, tra regali e carezze. Erano fatti l’uno per l’altro ma non si sono potuti mai sposare, neppure dopo il divorzio di Cristiana: non hanno fatto in tempo, ma lei è comunque rimasta per sempre la donna di Meroni, la sua musa ispiratrice, il soggetto di alcuni suoi quadri, la modella ideale cui Gigi avrebbe voluto creare qualche abito su misura.

In campo è stato un fuoriclasse autentico, ma questo lo sanno tutti: arrivato al Toro nel ‘64, Nereo Rocco non potè ignorarne l’eccezionale talento. Non dotatissimo fisicamente, ma veloce ed imprevedibile, era un attaccante esterno, un’ala di quelle di una volta. Dribblomane ma senza eccessi, dotato di una tecnica sopraffina che metteva al servizio dei compagni senza egoismi, anche se quando era ispirato decideva di concludere in prima persona. Pochi gol, ma bellissimi: come quello leggendario all’Inter del 12 marzo 1967, come quello, anch’esso bellissimo, in Nazionale contro l’Argentina, proprio a Torino, il 22 giugno 1966. Già, la Nazionale: l’azzurro l’ha indossato appena sei volte, solo il fato gli ha impedito di essere il degno precursore delle grandi generazioni delle ali destre, il Mondiale inglese del ‘66 lo ha visto partecipare ad un fallimento, triste presagio di una fine imprevista.

Proprio nella sua ultima stagione intera esplose anche in zona gol realizzando nove reti. Poteva essere, doveva essere, il suo ultimo campionato al Toro perchè la Juventus offrì 700 milioni per strapparlo ai granata: Orfeo Pianelli accettò, costretto da una situazione economica che non sorrideva e da un’offerta indecente, proprio come lui stesso fece al Genoa, squadra di provenienza di Gigi, quattro anni prima. Ma la piazza insorse minacciando reazioni imprevedibili: così ai bianconeri fu spedito un altro Gigi, Simoni, il corrispettivo di Meroni sull’altra fascia. Quale dolore avrebbero dovuto sopportare i tifosi granata nel vedergli addosso quei colori, quale insopportabile ferita sarebbe stato il vederlo assurgere alla gloria sportiva mondiale nella stessa città ma sulla sponda opposta?

Nessuno poteva immaginare che legarlo per sempre alla maglia del Toro avrebbe significato spingerlo verso la morte: perchè se avesse cambiato maglia non si sarebbe trovato ad attraversare corso Re Umberto la sera di quel 15 ottobre 1967, poco dopo la fine della partita contro la Sampdoria. E non avrebbe trovato una maledetta carambola avviata dall’automobile del neopatentato Attilio Romero, un tifoso granata e suo fan dichiarato, che lo sbalzò via prima che un’altra auto lo travolgesse, trascinandolo per decine di metri ed uccidendolo. Trent’anni dopo Attilio Romero divenne presidente del Toro: e dopo aver spezzato seppur senza volerlo il volo di una farfalla di ventiquattro anni, fece lo stesso con quello di una società quasi centenaria. Chiudendo un cerchio di lutti e sfortune, ma non recidendone i legami con i propri idoli.


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