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Hall of Fame: Silvano Benedetti

Compie quarantacinque anni, ma ne dimostra molti meno: cambia solo il numero, ma ogni 5 ottobre Silvano Benedetti si sente ripetere il solito ritornello. Storia dell'eterno ragazzo della difesa granata che oggi come ieri vive col Toro nel cuore: anche se il figlio Simone indossa altri colori.

Silvano Benedetti in versione ospite televisivo
(foto: www.cuoretoro.it)

Dall’Angelo biondo all’Angelo di colore: il mondo del calcio cambia di pari passo con la società figlia dell’immigrazione. Così se oggi la difesa del Toro è guidata da uno degli ultimi prodotti del settore giovanile, che tra ingenuità e difetti di crescita potrebbe garantire un lauto incasso futuro al presidente Cairo, vent’anni fa al centro della retroguardia spiccava un ragazzone alto alto, biondo biondo, dall’eterna faccia da ragazzo. Angelo Ogbonna e Silvano Benedetti non potrebbero essere più diversi: il primo, figlio del calcio moderno, è un ragazzone imponente che a vederlo dimostra qualche anno in più di quelli che ne fanno un punto fermo della difesa dell’Under 21. Non passa mai inosservato, lui, ed anche fuori dal campo non s’intimidisce certo davanti alle telecamere: altro segno dei tempi. Silvano invece è l’esatto opposto degli abitanti della sua terra, la Toscana: così se per Dante Lucca è stata terra di barattieri, Benedetti è invece stato l’esempio di classe ed eleganza in campo, pur senza togliere mai la gamba nel rispetto del suo ruolo, e di morigeratezza fuori. Mai una parola fuori posto, sempre quello sguardo gentile verso tutti, unito ad una timidezza e ad un aspetto fisico che ne hanno fatto per anni l’idolo delle tifose granata. E pazienza se, pur avendo visto crescere Ogbonna ed essendo orgoglioso di lui, il sogno di vedere il figlio Simone come proprio erede è miseramente tramontato: è il calcio (ed il Toro) di oggi.

Ed allora suona davvero strano, per chi ne ha visto le imprese sul campo, constatare che oggi Silvano compie quarantacinque anni: il fisico e l’aspetto sono quelli dell’esordio in serie A che, proprio come Ogbonna, avvenne in tenerissima età. Diciotto anni e nove mesi per Angelo, diciotto anni ed un mese per Silvano, il 20 novembre 1983, quando Eugenio Bersellini lo premiò concedendogli gli ultimi tredici minuti al posto di Spadino Selvaggi nella partita contro la Lazio stravinta per 4-0. Era un premio ad un ragazzo precoce, nel fisico come nella testa: perchè contrariamente al suo aspetto esteriore, Silvano ha sempre dimostrato sul campo di essere un giocatore maturo e responsabile, fin dagli esordi.

Eppure dopo quell’assaggio di Toro dovette aspettare altri quattro anni per tornare a casa: colpa della gavetta, a quel tempo necessaria per essere pronti ad una serie A davvero selettiva, e di un errore di gioventù. Parma, in serie B, Palermo, nel delicato anno del fallimento con accanto in difesa il vecchio Claudio Ranieri, ed Ascoli, con Carlo Mazzone come mentore, le tappe del percorso di crescita: ma in Sicilia Silvano incappò in uno svarione di quelli che in campo non commise mai rimanendo coinvolto nello scandalo-scommesse che gli costò un mese di squalifica. Peccato di ingenuità, a ventun anni, di cui comunque Silvano fece tesoro per un proseguio di carriera inappuntabile. Così, affacciatosi in serie A con l’Ascoli, nella stagione 1987-’88 fu finalmente pronto per far parte della rosa della prima squadra granata: una prima stagione a singhiozzo, con poche presenze da titolare nonostante fosse già un pilastro dell’Under 21.

Il problema è che davanti la concorrenza era qualificata, tra Ezio Rossi e Giancarlo Corradini, e che prima di convincere uno come Gigi Radice bisognava essere impeccabili. Nell’estate 1988, però, il ridimensionamento societario portò alla cessione di Corradini al Napoli ed alla conseguente valorizzazione dei prodotti interni: così, in un organico mal costruito tra giovani e illustri nomi stranieri, Benedetti divenne uno dei leaders del reparto difensivo. La stagione fu disgraziata ma condita comunque dal primo dei sette gol complessivi in maglia granata (pochi, considerando la sua potenza negli stacchi aerei), decisivo quanto illusorio perchè fu quello decisivo, di testa, ça va sans dire, contro il Como alla terz’ultma giornata.

Nonostante le richieste di mercato, rimase per far parte della rosa che trionfò in B con Fascetti: era un debito d’onore nei confronti della società che lo aveva fatto diventare calciatore, ma non lo sentì, a differenza dei calciatori moderni, come un obbligo nè come un sacrificio bensì come un’occasione di vincere finalmente qualcosa con la maglia di una vita. Per altre due stagioni fu il pilastro della difesa di Emiliano Mondonico, mettendo in mostra le sue qualità non solo fisiche ma anche tecniche, non comuni in un mondo che stava vivendo il delicato trapasso dalla marcatura a uomo alla zona: ma gli insegnamenti che gli erano stati dati, uniti alla sua intelligenza tattica, gli consentirono di continuare ad essere un baluardo quasi insuperabile anche perchè, nonostante il fisico asciutto, era tutt’altro che lento. Ma il tempo cominciava inesorabilmente a passare e, anche se sembrava incredibile, Silvano si avvicinava ai trent’anni: un’età tutt’altro che avanzata per un difensore, ma le ambizioni della grandeur borsaniana portarono nuovi intepreti del ruolo, da Annoni a Pasquale Bruno, capaci di trasformarsi in idoli della curva in virtù di uno stile di gioco “moderno”, quello che forse mancava a Silvano.

Così visse quasi da comprimario la cavalcata in Coppa Uefa, pur giocando per intero entrambe le finali. I problemi societari, inevitabili per chi ha vissuto anni sopra le proprie possibilità, portarono poi a superare le ragioni del cuore: si chiuse dunque un’era e dunque insieme a Martin Vazquez e Lentini, insieme a Marchegiani, anche Silvano lasciò il Toro, dopo centosessanta presenze complessive e dopo aver consacrato gli anni migliori della carriera ai colori del cuore. Si trasferì alla Roma, dove raggiunse l’amico Antonio Comi, ma l’amaro destino delle bandiere tradite lo stava per raggiungere. Sperava di barattare il dolore del distacco con la possibilità di vincere qualcosa ed invece, come accaduto ad Aldo Agroppi, ceduto alla vigilia dello scudetto, fu proprio il Toro a sfilargli la Coppa Italia ‘93 nell’incredibile doppia finale, aperta proprio da una sua autorete che spianò la strada al 3-0 granata.

Avversario per tre anni, nemico col cuore in mano per due notti, Benedetti non riuscì a vincere nulla con la maglia della Roma, con la quale andò in campo a singhiozzo anche a causa di qualche problema fisico di troppo. Ma dimostrò comunque di sapersi adattare benissimo al calcio moderno, sfruttando quel senso dell’anticipo che non tramonta con il passare delle mode: e togliendosi pure la soddisfazione di segnare tre reti consecutive, tra la sesta e l’ottava giornata del campionato 1992-’93. La sua umiltà, la sua dignità ed il suo orgoglio lo portarono ad appendere presto le scarpe al chiodo, nel 1996 dopo una stagione ad Alessandria, in C1, in quel Piemonte che era casa sua.

Nel 2001, in piena tempsta cimminelliana, rispose al richiamo del cuore ed entrò a far parte del settore giovanile, dirigendo le Scuole Calcio, incarico che continua ad occupare tutt’ora. Perchè nonostante ristrettezze economiche e rinnovi di contratto sempre annuali, la sua voglia di Toro non è mai venuta meno. Ha visto crescere Simone, identico a lui fisicamente ma forse destinato ad una carriera più importante ed ha avallato il suo passaggio all’Inter, amara conclusione, per i tifosi granata, di una malagestione societaria. Ma forse papà Silvano è contento così: non è più tempo di bandiere ed è giusto che in casa Benedetti si festeggi finalmente qualche trofeo.

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