
Sull’unicità del dato delle cinque sconfitte su dieci partite giocate subite dal Toro nel primo scorcio del campionato si è già riflettuto: basterebbe questo per spiegare il deludente cammino dei granata, che condividono col Sassuolo il poco invidiabile primato di squadra delusione di inizio autunno. Eppure i virtuali playoff sono distanti appena tre punti: merito di un andamento senz’altro schizofrenico, ma efficace. Quello che vede il numero uno nella casella pareggi: l’unica “X” è uscita alla terza giornata contro il Crotone, nella partita che sbloccò la classifica granata. Sull’utilità di pareggiare poco nell’era dei tre punti sono state scritte tesi di laurea a Coverciano: e basterebbe Catalano per dire che vincere una partita e perderne un’altra e meglio che pareggiarne due.
Ma di certo pochi pareggi denotano un difficile adattamento al campionato ed una generale inaffidabilità di squadra, oltre ad essere spesso associati ad una qual certa inadeguatezza in campo esterno, proprio quello che sta succedendo al Toro reduce da tre vittorie consecutive all’Olimpico ma anche da altrettante fragorose cadute lontano da casa. Un quarto di campionato è un periodo ovviamente breve per tracciare un bilancio sull’infinito campionato di serie B, insufficienti anche per capire chi lotterà per la promozione e chi dovrà pensare solo a guardarsi le spalle, ma nel bel mezzo del faticosissimo ottobre cadetto, e non lontano da un altro turno infrasettimanale nella prima decade di novembre, è possibile se non tracciare un bilancio constatare l’andamento generale, considerando ad esempio il diverso adattamento delle squadre alle tre partite settimanali, che con le rose numericamente limitate rendono almeno tutti uguali in partenza. Poi è ovvio che la differenza la fa la qualità dei singoli, sebbene proprio in casa Toro si siano accorti che da sola questa non basti.
Il primo dato che salta all’occhio nell’analisi delle prime dieci giornate comparate con quelle dello scorso anno è proprio la netta riduzione delle vittorie in trasferta: ne avevamo già fatto accenno nella puntata precedente, ma più passano i turni più la percentuale s’abbassa. Perchè passare dai ventisette colpi esterni dello scorso torneo ai venti di oggi non può essere derubricato come un semplice dato statistico: il motivi risiede piuttosto in un miglioramento della qualità complessiva del gioco, nel fatto che chi è al comando della classifica o nelle strette vicinanze è destinato a rimanerci piuttosto a lungo.
Si vedono più belle partite, equilibrate ma illuminate da indivdualità che non sfigurerebbero in categoria superiore (Fabbrini su tutti), da un gioco di squadra, da idee innovative di allenatori giovani e propositivi. Che a dir la verità non mancavano neppure lo scorso anno: ma se il Frosinone di Moriero, capolista un anno fa, sembrava spinto soprattutto dall’entusiasmo collettivo, prima di spegnersi davanti ai limiti di un impianto di gioco troppo spregiudicato, l’equilibrio mostrato quest’anno da Novara ed Empoli non è un fuoco di paglia, ma frutto di campagne acquisti magari numericamente limitate ma mirate. A stentare sono invece le corazzate: l’Atalanta non si è dimostrata troppo superiore allo stesso Toro mentre il Siena in versione esterna pare una squadra da metà classifica, imprigionata nel suo gioco troppo prevedibile.
A sorridere è chi ha puntato sui giovani, come la Reggina che esulta valorizzando il proprio settore giovanile e riscoprendo un Bonazzoli d’annata. Davanti si corre un pò di più dello scorso anno: i ventuno punti della seconda in classifica sono un dato in controtendenza rispetto all’andamento lento degli ultimi campionati ed anche in zona playoff i ritmi sono più alti. Si vince di più in casa, dunque, proprio come fa il Toro. Ma è vietato interpretare questo come un timido segno di speranza per il futuro, pensando che basti migliorare il rendimento esterno per poter competere con le prime della classe: risalire per Bianchi & c. non sarà facile. Come accade ad ogni squadra che sul mercato ha pensato di adattare i giocatori al modulo base, e non viceversa.

Davide Martini








