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Hall of Fame: Antonino Asta

Ha appena compiuto quarant'anni ed anche se il Toro lo ha conosciuto solo a ventisette, gli è bastato poco per entrare nella Stanza della gloria: Tonino Asta è uno degli idoli della tifoseria più giovane, capace di incarnare in campo e fuori quelle doti da sempre apprezzate dal popolo granata. Storia di un calciatore che è diventato grande col lavoro. E che in panchina promette benissimo...

Asta si procura il rigore del 2-3 nel derby del 14 ottobre 2001
(foto: www.toroclub.it)

Per chi l’ha visto sgambettare per quasi cinque anni sulla fascia destra, pare incredibile che lo scorso 17 novembre Antonino Asta sia entrato negli anta. Perchè al di là di una capigliatura che non è mai stata folta e che si è ulteriormente ridotta nel tempo, l’entusiasmo e la voglia di stare sul campo sono quelle di un eterno bambino: ed in fondo, la vita a quarant’anni è appena cominciata. O meglio è finita quella da calciatore, ma se ne è aperta un’altra, da tecnico, che sembra tagliata su misura addosso al mitico Turbo granata ed in cui si sta già facendo abbastanza onore. Ed anche questo a pensarci bene è incredibile: perchè in pochi si sarebbero aspettati di vedere quel fascio di nervi in perenne movimento, quell’instancabile trottolino che su un campo di calcio dieci ne pensava e cento ne faceva, capace di calarsi nei panni pacati (si fa per dire…) e paterni di un allenatore, tanto più di un settore giovanile.

Eppure tutto sembra funzionare a meraviglia ed allora non può esserci migliore ingresso nel decennio della maturità per eccellenza: e con ogni probabilità, al prossimo genetliaco “tondo” Asta sarà su una panchina di serie A, forse anche molto importante. Magari di quel Toro in cui è tornato nel 2006, dopo un quinquennio di esilio forzato, accettando a scatola chiusa l’invito del neo-presidente Urbano Cairo di tornare nella sua vera casa calcistica per iniziare la carriera di allenatore. Non erano anni facili per Tonino, reduce dal travagliato addio al calcio seguito ad un gravissimo infortunio: la frattura dell’astragalo maturata dopo pochi minuti di quel maledetto Lecce-Palermo del 7 giugno 2003 (ma rimase in campo fino alla fine della partita) aveva segnato la fine della sua carriera agonistica, ma quel giorno lui ancora non lo sapeva.

Provò faticosamente a rientrare per due anni, prima di arrendersi nel 2006 e finire pure alle carte bollate con Zamparini che gli aveva rescisso unilateralmente il contratto: un momentaccio, insomma, e solo il Toro poteva aiutarlo a rinascere. Crescere quel che avanzava di un vivaio distrutto o quasi dal fallimento: la missione di Tonino era difficilissima, ma lui non si spaventò, rivelandosi guida preziosa dal punto di vista tecnico ma soprattutto umano per giovani calciatori ma sopratttutto ragazzi. Bruciò subito i tempi: Allievi Regionali tra il 2005 ed il 2007, poi Nazionali, dove ereditò gran parte della squadra che aveva allevato conseguendo risultati ragguardevoli ed imprevedibili. Un anno ed ecco il salto alla Primavera, dopo l’addio dell’ex compagno Beppe Scienza. Asta vacillò: il Monza, l’altra società del cuore, quella che lo scoprì calcisticamente (grazie all’intuito di un certo Gigi Radice, quando dici il destino…), gli aveva offerto la panchina della prima squadra, ma alla fine fece prevalere le ragioni del cuore.

Si aprì allora un capitolo che non si è ancora concluso e che proprio quest’anno sta regalando le soddisfazioni maggiori, perchè inattese, ma che non sono altro che il frutto del suo lavoro scrupoloso e sincero: magari non raggiungerà neppure i playoff, ma un’intera generazione di ragazzi deve già dirgli grazie, per aver creduto in loro ed averli valorizzati. Niente male per un tecnico in erba, che pare un predestinato della panchina, dopo aver impersonato in campo il simbolo del granata ideale: scovato dal Toro dei genovesi, questo figlio del sud (è nato ad Alcamo) era reduce dall’aver trascinato in serie B il Monza con tanto di gol decisivo nella finale playoff contro il Carpi. Era un piccolo Torello, reduce dal peggior campionato della sua storia ed il suo arrivo passò in secondo piano: ma ci mise pochissimo tempo a conquistarsi l’affetto della gente, sfruttando ingredienti semplici ma vitali per fare breccia nel popolo granata. Dare tutto in campo, correre incessantemente sulla fascia destra per fermarsi solo al 90′: in pochi mesi divenne un idolo, e solo un infortunio lo tolse di mezzo nel clou della stagione, impedendogli di partecipare al granatissimo spareggio di Reggio Emilia.

Sempre fuori dalle formazioni-tipo in estate, sapeva conquistarsi lentamente la fiducia del tecnico, e fu così anche con Mondonico nell’anno successivo. La promozione arrivò anche grazie al suo fondamentale contributo: in serie A arriva alle soglie dei trent’anni ma l’impatto non fu esaltante, allora a gennaio ecco il prestito al Napoli, dal quale tornò un giocatore completamente maturato e pronto a caricarsi sulle spalle i compagni nell’ennesimo tentativo di risalita. Dal 2000 in poi fu un crescendo irresistibile: corsa, cross a volontà ma anche piedi buoni ed allora tutto di un fiato arrivarono il ritorno in A ed una stagione finalmente da protagonista in massima serie. Ed a fare da corollario la partita della vita, quella rimonta nel derby da 0-3 a 3-3, cui partecipò attivamente procurandosi il rigore del 2-3: non ne avrebbe avuto bisogno, ma quel giorno entrò di diritto insieme ai compagni nella storia del Toro, all’interno della miglior stagione di squadra degli ultimi quindici anni.

Derby ma non solo se Tonino rimane a tutt’oggi il penultimo (dopo di lui solo Rosina) ad aver indossato la maglia della Nazionale maggiore. Un tempo, nella gestione Trapattoni, a Catania contro gli Usa il 13 febbraio 2002. Fu l’apice, poi, inspiegabile, arrivò la cessione, contro la sua volontà: fu l’inizio della fine (sportiva) del Toro e di Tonino. Il 5 maggio 2002 allora non è stato solo lo storico giorno di uno scudetto ma anche la data dell’ultima delle 135 partite di Asta con la maglia del Toro, contro la Roma. Poi Palermo, ma fu polvere di stelle: tanto dolore fisico e poco campo. Prima del richiamo del cuore: che lo ha riportato a casa, per lasciarla solo quando sarà lui a deciderlo.

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