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Bearzot: il granata sopra l'azzurro

Un anno nero per i difensori granata. Dopo Lino Grava e Roberto Rosato, se ne va anche Enzo Bearzot. Bandiera del dopo-Superga, il c.t. dell'Italia mundial ha scritto pagine indelebili di un Toro povero ma bello grazie alla sua grinta ed al suo attaccamento alla maglia, nonostante fosse arrivato in granata solo a ventisette anni. Visse la prima retrocessione e l'immediata risalita e conservò il Toro nel cuore anche da commissario tecnico.

Un'immagine che ha fatto storia: il capitano granata Enzo Bearzot consegna a Sandro Mazzola la maglia del grande Valentino

Chi l’ha detto che per diventare il simbolo di una squadra bisogna arrivarci giovanissimi? Una bandiera si misura dall’attaccamento, anche se quella della formazione che ti consacra alla storia non è la prima maglia che hai indossato. Enzo Bearzot ha rappresentato tutto questo e molto di più, per il Toro: molto di più perchè ne è stato il capitano incarnandone i valori più sinceri in un’epoca difficilissima, quella di trapasso del dopo Superga. Anche per questo la notizia della sua scomparsa, maturata in mattinata nella sua abitazione milanese all’età di 83 anni, ha rattristato non poco tutti coloro che hanno a cuore le sorti granata. Perchè se nell’immaginario collettivo Bearzot è il commissario tecnico Mundial, una di quelle figure trasversali conosciute anche da chi di calcio ne mastica poco, per il popolo granata, e non solo per i fortunati che l’hanno visto giocare dal vivo, il Vecio ha sempre rappresentato uno di famiglia, un nume tutelare delle tradizioni granata. Il capitano della prima promozione in A, per dirla con uno slogan che comunque non esprime al meglio quell’attaccamento per la maglia granata che ha sempre portato dentro di sè, anche nei panni di mister azzurro: sebbene il destino sia stato ancora una volta beffardo, consegnando l’Italia alla gloria mondiale quando il ciclo del Toro ruggente degli anni ‘70 si era ormai spento. Magari ha sofferto pure lui nel constatare che nessuno dei suoi Eroi del Bernabeu aveva indosso la maglietta del Toro (eccetto il non giocante Dossena), ma da professionista esemplare quando assunse l’Incarico degli Incarichi smise i panni di qualsiasi club, al punto da farsi amare e stimare dall’intera nazione calcistica.

Bearzot arrivò al Toro nel 1954, a ventisette anni, essendo nato ad Aiello del Friuli il 26 settembre 1927. Era reduce da esperienze negative: Catania e soprattutto Inter, che di fatto l’aveva scaricato. In granata giunse in punta di piedi, in piena ricostruzione, ma ne uscì da trionfatore 261 partite (ventesimo posto nella classifica all-time di presenze), otto gol e dieci stagioni dopo, con un breve intervallo nel 1956 per tornare proprio all’Inter, salvo chiedere con urgenza il ritorno a quella che divenne subito la sua vera patria calcistica. Mezzala, mediano, poi marcatore implacabile ed infine libero: un’evoluzione che non è da tutti e che esprime al meglio le doti tecniche, caratteriali e di leadership di un ragazzo che ebbe una sola sfortuna, quella di vivere il Toro nel suo periodo più difficile, ma non per questo meno esaltante. Con Lino Grava, anch’egli scomparso in questo 2010 maledetto per i difensori granata, compose un reparto impeccabile e puntuale ma che dopo anni dignitosi non seppe evitare la caduta in B, suggellata a Roma, proprio come l’ultima volta, il 7 giugno 1959. Uno shock comunque non inatteso, dopo anni difficili. Ma lui non lasciò la nave perchè il granata gli era entrato dentro: fu il capitano della pronta risalita ed il 5 giugno 1960, meno di 365 giorni dopo la retrocessione, fu portato in trionfo dai tifosi, per meriti sportivi ma soprattutto umani. Quel giorno capì una volta di più cosa significava essere del Toro: in quale altra piazza un ritorno in A considerato semplice routine sarebbe stato festeggiato in questo modo?

Rimase altre quattro stagioni, pur in età non più giovanissima, per godersi un pò di tranquillità ma ci riuscì poco perchè neppure sotto la gestione Filippone il Toro tornò a volare. A 36 anni guidava ancora la difesa giocando ventisette partite su trenta, da libero. La posizione migliore per cominciare a studiare da tecnico. L’anno dopo solo due presenze, una passerelle su cui calò il sipario, guarda caso, il 9 febbraio ‘64 in casa dell’Inter, l’altra società del cuore. Poi la panchina: iniziò come collaboratore di Nereo Rocco al Toro, e provò a rimanere pure con Fabbri ma il feeling latitava. Allora via verso Prato, l’unica vera panchina prima di trovare quella della Nazionale. Nel 1974 gli fu affidata la ricostruzione dopo il disastroso mondiale tedesco: ma lui non si spaventò, incantò in Argentina e trionfò in Spagna, altro ct campione con sangue granata, come Vittorio Pozzo. Sempre col suo Toro in fondo all’anima. Avresti meritato un altro Toro, Enzo.


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